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La violenza non ha genere ma i dati contano

La violenza non ha genere, ma i dati mostrano differenze: scopri come difendere le vittime maschili senza trasformare le donne in nemiche.

1 – Il convegno che ha acceso il dibattito.

Il 21 settembre 2026, alla Palazzina Pucci di Modena, si è tenuto il convegno «La violenza non ha genere. Profili giuridici e psicologici dell’aggressività femminile», organizzato da Anthea Group. L’incontro era dedicato a un tema reale e ancora poco raccontato: la violenza esercitata dalle donne e subita dagli uomini.

La discussione, però, si è trasformata in uno scontro. Un gruppo di contestatrici e rappresentanti di associazioni ha protestato dentro e fuori la sala. Alcuni interventi del convegno sono stati accusati di descrivere le donne come «vampire», false, manipolatrici e approfittatrici, ricorrendo a casi individuali, archetipi e formule psicologiche senza offrire dati adeguati. Dall’altra parte, alcuni partecipanti hanno denunciato un tentativo di censurare preventivamente un argomento scomodo.

Il punto più importante non è stabilire quale fazione abbia gridato meglio. È capire se possiamo finalmente parlare delle vittime maschili senza negarle e senza trasformare tutte le donne in sospette.

2 – Le vittime maschili esistono.

Un uomo può subire violenza fisica, psicologica, economica o sessuale da una partner. Può essere controllato, isolato, minacciato, ricattato attraverso i figli, colpito o perseguitato dopo la fine della relazione. Il suo sesso non rende meno grave ciò che gli accade.

Lo riconosce anche il Consiglio d’Europa: la Convenzione di Istanbul è centrata sulla violenza contro le donne, che è sproporzionata e strutturale, ma invita gli Stati ad applicare il sistema di protezione anche agli uomini esposti alla violenza familiare o domestica.

Negare questa realtà produce un danno concreto. L’uomo maltrattato può vergognarsi, temere di essere deriso e rinunciare a chiedere aiuto. Se istituzioni e servizi lo vedono soltanto come possibile autore, il suo silenzio diventa ancora più probabile.

3 – I numeri mostrano esistenza e asimmetria.

I dati Istat sugli omicidi del 2024 aiutano a evitare due errori opposti. In quell’anno 62 donne sono state uccise da un partner o da un ex partner; in 61 casi l’autore era un uomo. Otto uomini sono stati uccisi dalla partner e, in tutti gli otto casi, l’autrice era una donna.

Dunque le vittime maschili esistono, ma il rischio di essere uccise nella coppia è molto più alto per le donne. Riconoscere questa asimmetria non cancella quegli otto uomini; ricordare quegli otto uomini non ridimensiona le sessantadue donne.

I primi risultati Istat del 2025 stimano inoltre che il 31,9% delle donne italiane tra 16 e 75 anni abbia subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita. Tra le donne che hanno o hanno avuto un partner, il 12,6% riferisce violenze fisiche o sessuali nella coppia.

Questa indagine, però, è costruita su un campione femminile. Descrive in profondità la violenza subita dalle donne, ma non offre una misura speculare degli uomini sottoposti alle stesse domande. Non si può usare un’indagine sulle donne per concludere che le vittime maschili siano irrilevanti. Serve piuttosto una rilevazione nazionale comparabile, capace di misurare entrambi i sessi con definizioni e domande equivalenti.

4 – Un archetipo non è una statistica.

Parlare di aggressività femminile è legittimo. Presentare la donna come naturalmente manipolatrice, vendicativa o vampiresca non lo è. Un caso giudiziario può dimostrare che una determinata persona ha compiuto un atto; un mito o un archetipo può aiutare a interpretare un racconto. Nessuno dei due dimostra come si comporti un intero sesso.

Lo stesso principio vale quando si parla degli uomini. Se è scorretto dedurre dalla condotta di alcuni uomini che il maschio sia per natura violento, è altrettanto scorretto usare madri assassine, accuse false o separazioni distruttive per descrivere la femminilità come una patologia.

Su questo blog ho già ricostruito i numeri in Uomini uccisi dalle partner: il lato ignorato della violenza e ho discusso la selezione linguistica delle vittime in Meno male non è un femminicidio. La regola resta semplice: la persona viene prima della categoria.

5 – Il confronto non può essere una concessione finale.

Un convegno può scegliere di concentrarsi sull’aggressività femminile. Non è obbligato a trasformare ogni intervento in un equilibrio aritmetico tra i sessi. Se però rivendica un fondamento scientifico, deve distinguere chiaramente tra dati, testimonianze, ipotesi cliniche e opinioni.

Deve inoltre accettare domande vere. Il contraddittorio non è censura: è il modo con cui un’affermazione pubblica dimostra di poter reggere una verifica. Allo stesso modo, contestare un incontro è legittimo; impedirne lo svolgimento o sostenere che la violenza abbia necessariamente un solo autore possibile non lo è.

Una cultura adulta tiene aperti entrambi gli spazi: quello della parola e quello della critica. Quando uno dei due viene chiuso, resta soltanto la propaganda.

6 – Che cosa servirebbe davvero.

Se vogliamo proteggere le persone e non difendere un’identità politica, occorrono strumenti concreti:

  • indagini nazionali che misurino con criteri comparabili la violenza subita da donne e uomini;
  • servizi capaci di accogliere una vittima senza presumere in anticipo il sesso dell’autore;
  • percorsi specializzati quando i rischi, le dinamiche o le conseguenze richiedono competenze specifiche;
  • formazione per forze dell’ordine, sanitari, magistrati e operatori sociali sui segnali della violenza anche contro gli uomini;
  • informazione pubblica che riconosca le differenze statistiche senza trasformarle in colpe collettive;
  • confronto aperto nel quale testimonianze, dati e interpretazioni non vengano confusi.

La prevenzione non migliora cancellando la prospettiva di genere. Migliora quando quella prospettiva viene usata per capire i fenomeni, non per decidere in anticipo chi merita ascolto.

7 – Se sei un uomo e stai subendo violenza.

Non aspettare che la situazione diventi estrema per darle un nome. Se esiste un pericolo immediato, allontanati quando puoi farlo in sicurezza e chiama il 112. Negli altri casi, comincia a costruire una traccia ordinata dei fatti:

  • conserva messaggi, email, fotografie e documenti senza alterarli;
  • annota gli episodi con data, luogo, eventuali testimoni e conseguenze;
  • rivolgiti a un medico se hai lesioni o sintomi fisici e chiedi che siano documentati;
  • parla con una persona affidabile, evitando l’isolamento;
  • consulta un avvocato prima di compiere mosse che possano aggravare il conflitto o pregiudicare i rapporti con i figli;
  • non rispondere alla violenza con altra violenza, salvo quanto strettamente necessario per sottrarti a un’aggressione in corso.

Chiedere aiuto non significa essere deboli. Significa smettere di proteggere, con il tuo silenzio, la situazione che ti sta danneggiando.

8 – Difendere gli uomini senza odiare le donne.

La formula «la violenza non ha genere» contiene una verità morale: nessuna vittima vale meno per il proprio sesso. Non deve però diventare una scorciatoia per negare che alcune forme di violenza colpiscano le donne in misura molto maggiore. E la prospettiva di genere non deve diventare una barriera che rende invisibile un uomo quando è lui a subire.

Difendere gli uomini non richiede di costruire un’immagine mostruosa delle donne. Richiede dati migliori, servizi accessibili, diritto al contraddittorio e lo stesso metro morale per tutti. Se per rendere visibile una vittima dobbiamo disumanizzare qualcun altro, non abbiamo superato il pregiudizio: gli abbiamo soltanto cambiato bersaglio.

9 – Come orientarti nella tua situazione.

Se stai vivendo violenza, minacce, controllo o un conflitto di coppia che coinvolge anche i figli, puoi chiamare lo 059 761926 per fissare un primo incontro. Possiamo svolgerlo anche a distanza e mettere in ordine fatti, prove, rischi e possibili passi successivi.

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Secondo te è possibile riconoscere le differenze statistiche senza lasciare fuori nessuna vittima? Lascia un commento: mi interessa conoscere la tua esperienza e la tua opinione.


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Di tsolignani

Tiziano Solignani riflette su identità maschile, relazioni, responsabilità e crescita personale. Mondo di uomini è uno spazio di confronto aperto e consapevole.

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