1) Due delitti non fanno una statistica.
Nel 2026, a poche settimane di distanza, due uomini sono stati uccisi a coltellate nel territorio modenese. Nel primo caso è stata arrestata la compagna della vittima; nel secondo, avvenuto a Montese, la moglie è stata arrestata dopo due settimane di indagini. Si tratta di procedimenti ancora nella fase delle indagini: responsabilità e moventi dovranno essere accertati nel processo, nel rispetto della presunzione di innocenza.
Due casi non autorizzano a proclamare un’emergenza statistica né un improvviso ribaltamento della violenza omicida in Italia. I numeri locali sono troppo piccoli per dimostrare una tendenza. Ma due morti sono comunque due vite spezzate e pongono una domanda che troppo spesso resta ai margini: sappiamo riconoscere un uomo come vittima di violenza, soprattutto quando chi lo aggredisce è la sua partner?
La risposta non dovrebbe dipendere dal sesso dell’autore o della vittima. La violenza va osservata per ciò che fa, per il pericolo che crea e per le persone che distrugge.
2) Che cosa dicono davvero i dati nazionali.
I dati più recenti e consolidati invitano a evitare sia la rimozione sia la propaganda. Secondo i dati Istat sugli omicidi del 2024, in Italia sono state uccise 327 persone: 211 uomini e 116 donne. Nei casi con autore individuato, l’88,3% degli autori era costituito da uomini.
Le donne autrici di omicidio erano 35 e in circa tre casi su quattro avevano ucciso un uomo. Guardando soltanto alla coppia, le donne uccise da un partner o da un ex partner erano 62 e in 61 casi l’autore era un uomo; gli uomini uccisi dalla partner erano otto e in tutti gli otto casi l’autrice era una donna.
Questi numeri raccontano contemporaneamente due verità:
- la violenza omicida è commessa in grande maggioranza da uomini;
- le donne uccise nella coppia sono molte più degli uomini;
- gli uomini uccisi dalle partner esistono e non possono essere trattati come un errore statistico.
Riconoscere l’asimmetria è doveroso. Usarla per cancellare la minoranza delle vittime sarebbe invece intellettualmente disonesto e umanamente ingiusto.
3) Perché l’uomo vittima diventa invisibile.
Molti uomini crescono con l’idea di dover essere sempre forti, autosufficienti e capaci di controllare ogni situazione. Quando subiscono violenza nella coppia possono provare vergogna, temere di essere derisi o pensare che nessuno crederà loro. Se l’aggressore è una donna, lo stereotipo diventa ancora più pesante: «Sei più grosso, difenditi»; «Non può averti fatto davvero male»; «Un uomo non si fa maltrattare».
Questo copione è pericoloso. La violenza domestica non coincide soltanto con la superiorità fisica e non comincia con l’omicidio. Può manifestarsi attraverso:
- minacce e aggressioni fisiche;
- umiliazioni sistematiche e isolamento;
- controllo economico e distruzione dei beni;
- ricatti affettivi o minacce di false accuse;
- uso dei figli come strumento di pressione;
- persecuzione dopo la fine della relazione.
Non tutte le relazioni conflittuali sono violente e non ogni litigio è un reato. Il punto di svolta si raggiunge quando paura, controllo, minaccia e sopraffazione diventano una struttura stabile del rapporto.
4) La legge distingue, la protezione non deve escludere.
La legge 2 dicembre 2025 n. 181 ha introdotto nel codice penale il delitto di femminicidio. La fattispecie riguarda la morte di una donna quando ricorrono specifiche motivazioni di odio, discriminazione, prevaricazione, controllo, possesso o dominio in quanto donna, oppure quando il fatto è collegato al rifiuto di una relazione o alla limitazione delle sue libertà individuali.
Se la vittima è un uomo quella fattispecie, per definizione, non si applica. Ciò non significa però che l’omicidio dell’uomo resti senza risposta o senza aggravanti: continuano ad applicarsi il delitto di omicidio e, quando ne ricorrono i presupposti, le aggravanti previste per il fatto commesso contro il coniuge, il convivente o la persona legata da una relazione affettiva.
Il dibattito sulle parole e sulle scelte del legislatore è legittimo. Ma non deve oscurare il bisogno essenziale: ogni persona in pericolo deve poter essere ascoltata, creduta quanto basta per attivare verifiche serie e protetta sulla base dei fatti, senza dover prima corrispondere al profilo della vittima che l’opinione pubblica si aspetta.
5) Proteggere gli uomini non toglie nulla alle donne.
Ogni volta che si parla di uomini vittime compare il sospetto che si voglia minimizzare la violenza contro le donne. È una falsa alternativa. I dati dimostrano che le donne corrono un rischio molto maggiore di essere uccise da partner ed ex partner; gli stessi dati dimostrano che esistono uomini uccisi dalle compagne.
Una prevenzione credibile deve riuscire a tenere insieme entrambi i fatti. Non serve una gara tra morti, non serve cercare quale sesso sia moralmente peggiore e non serve trasformare ogni delitto in un’arma ideologica. Serve individuare i fattori concreti di rischio: precedenti aggressioni, minacce, disponibilità di armi, escalation dei conflitti, dipendenze, isolamento, controllo ossessivo e incapacità di accettare la fine della relazione.
Sul modo selettivo con cui nominiamo le vittime avevo già scritto provocatoriamente in Meno male non è un femminicidio. Avevo inoltre affrontato il problema di una lettura che attribuisce automaticamente la violenza a un solo sesso parlando della casa delle madri assassine.
6) Che cosa può fare un uomo che subisce violenza.
La vergogna e il silenzio proteggono l’aggressore, non la vittima. Se vivi una situazione di violenza, la priorità non è dimostrare di essere forte: è metterti in sicurezza e impedire che l’escalation continui.
Puoi cominciare così:
- se il pericolo è immediato, allontanati e chiama il 112;
- non reagire con altra violenza, salvo quanto strettamente necessario per sottrarti a un’aggressione in corso;
- fai documentare le lesioni da un medico o dal pronto soccorso;
- conserva messaggi, fotografie, referti e altri elementi utili in un luogo sicuro;
- racconta i fatti a una persona fidata, evitando di restare isolato;
- chiedi rapidamente assistenza legale per valutare denuncia, misure di protezione e tutela dei figli;
- prepara un piano pratico per uscire dalla casa o dalla relazione senza esporti a nuovi rischi.
Chiedere aiuto non ti rende meno uomo. Restare vivo, proteggere i tuoi figli e interrompere una relazione violenta sono atti di responsabilità.
7) Passa all’azione.
Per il tuo appuntamento con me, chiama il numero 059 761926 e concorda il tuo primo incontro, anche a distanza.
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