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Violenza inventata e assoluzione dopo sei anni

1 – Una lite trasformata in tentata violenza sessuale.

Nel febbraio 2020, a Carpi, una ragazza di diciassette anni frequentava un uomo di trent’anni. La relazione era osteggiata in famiglia. Un giorno i due litigarono nel negozio in cui lui lavorava e, secondo la prima versione riferita dalla ragazza, l’uomo avrebbe cercato di spogliarla e di spingerla su un letto con finalità sessuali.

Il racconto arrivò al patrigno, che presentò denuncia. L’uomo finì così sotto accusa per tentata violenza sessuale. Sei anni e mezzo più tardi, durante il processo celebrato con rito abbreviato condizionato alla sua audizione, la giovane ha cambiato completamente versione: ha dichiarato di avere inventato l’aggressione perché la famiglia non voleva che continuasse quella relazione.

Secondo la ricostruzione emersa in udienza, ci sarebbe stata una discussione e l’uomo l’avrebbe afferrata per la giacca per impedirle di allontanarsi, ma non avrebbe compiuto il tentativo di violenza sessuale inizialmente descritto. Il pubblico ministero e la difesa hanno chiesto l’assoluzione; il giudice lo ha assolto perché il fatto non sussiste e ha trasmesso gli atti alla Procura per i minorenni affinché valuti la condotta tenuta dalla ragazza quando aveva diciassette anni.

Quest’ultimo passaggio non equivale a una condanna. La Procura dovrà stabilire se esista un reato, quale sia l’eventuale qualificazione giuridica e se vi siano prove sufficienti per procedere.

2 – Sei anni e mezzo non sono una parentesi.

L’assoluzione restituisce formalmente all’imputato ciò che non avrebbe mai dovuto perdere: il riconoscimento della sua innocenza. Non gli restituisce però il tempo trascorso sotto un’accusa capace di distruggere reputazione, lavoro, relazioni e salute.

Essere accusato di tentata violenza sessuale significa vivere con il rischio di una condanna grave e con uno stigma che spesso precede il processo. Anche quando non vengono applicate misure cautelari, l’attesa può condizionare ogni scelta. La persona deve spiegarsi con i familiari, sostenere costi di difesa, convivere con la paura che il proprio nome resti associato per sempre all’accusa.

Una giustizia che arriva dopo oltre sei anni può essere corretta nel risultato e insieme insufficiente nella sua capacità di riparare il danno dell’attesa. La durata non è un dettaglio tecnico: fa parte del peso che il procedimento impone a chi viene coinvolto.

3 – Assoluzione non significa automaticamente calunnia.

Questo caso contiene un’ammissione esplicita che, se confermata e valutata attendibile, ha un peso particolare. In generale, però, bisogna evitare un errore frequente: non ogni assoluzione dimostra che la denuncia fosse consapevolmente falsa.

Una persona può essere assolta perché le prove non raggiungono la soglia necessaria per una condanna, perché il fatto non integra il reato contestato o perché la ricostruzione rimane incerta. Una ritrattazione può dipendere dalla paura, da pressioni, da dipendenza affettiva o dal desiderio di proteggere l’accusato. Per questo deve essere verificata insieme a messaggi, testimonianze, documenti, tempi e coerenza delle diverse versioni.

La calunnia richiede qualcosa di più della fragilità del racconto: occorre che una persona accusi davanti all’autorità qualcuno che sa essere innocente. L’elemento decisivo è proprio quella consapevolezza. Senza la prova del dolo non si può trasformare automaticamente l’esito favorevole all’imputato in una nuova condanna contro chi aveva formulato l’accusa.

4 – Calunnia e falsa testimonianza non sono sinonimi.

Gli articoli 368, 372 e 376 del Codice penale disciplinano situazioni diverse.

L’articolo 368 del Codice penale riguarda la calunnia: chi, con una denuncia, una querela, una richiesta o un’altra dichiarazione diretta all’autorità, incolpa di un reato una persona che sa innocente oppure simula a suo carico le tracce di un reato. Nella forma base, la pena prevista è la reclusione da due a sei anni, con aumenti nei casi più gravi.

L’articolo 372 del Codice penale riguarda invece chi, deponendo come testimone davanti all’autorità giudiziaria, afferma il falso, nega il vero o tace ciò che sa. Anche qui la legge richiede un accertamento preciso del contenuto, della volontà e del contesto della deposizione.

L’articolo 376 del Codice penale prevede inoltre, per determinati reati contro l’amministrazione della giustizia, una disciplina specifica della ritrattazione quando il falso viene ritirato e viene manifestato il vero entro i termini stabiliti. Questo non significa che qualsiasi «mi sono inventata tutto» pronunciato anni dopo cancelli automaticamente ogni possibile responsabilità. Contano il reato ipotizzato, il momento delle dichiarazioni, l’autorità davanti alla quale sono state rese e l’età della persona quando ha agito.

Nel caso concreto, proprio questi elementi dovranno essere ricostruiti dalla Procura competente. Parlare già oggi di una colpevolezza definitiva sarebbe ripetere, a parti invertite, lo stesso errore che si contesta al processo mediatico.

5 – Una falsa accusa è una forma di violenza.

Quando è deliberata, una falsa accusa sessuale usa il sistema giudiziario come arma. Non colpisce soltanto la libertà dell’accusato: può interrompere rapporti con i figli, distruggere un’attività professionale, allontanare amici e parenti, produrre ansia, depressione e isolamento.

Il danno si aggrava perché l’accusa riguarda fatti che giustamente la società considera odiosi. Molti si allontanano prima ancora di sapere che cosa sia realmente accaduto. Una successiva assoluzione riceve spesso meno attenzione della notizia iniziale e non riesce a cancellare ciò che motori di ricerca, social network e memoria collettiva hanno già associato a quella persona.

Definire violenta una simile condotta non significa mettere sullo stesso piano tutte le conseguenze né ridurre la gravità delle violenze sessuali autentiche. Significa riconoscere che mentire consapevolmente per far intervenire lo Stato contro un innocente può devastare una vita.

6 – Le vittime autentiche non vanno contrapposte agli innocenti.

Ogni falsa accusa danneggia anche chi ha davvero subito una violenza. Alimenta il sospetto generalizzato, offre argomenti a chi considera inattendibili tutte le denunce e rende ancora più difficile per una vittima autentica trovare la forza di parlare.

La risposta corretta non è scegliere una categoria da credere sempre e un’altra da sospettare sempre. Una denuncia deve essere accolta con serietà, la persona che segnala deve essere protetta dai rischi concreti e i fatti devono essere verificati con rigore. L’accusato deve restare innocente fino a una condanna definitiva e deve poter esercitare pienamente il diritto di difesa.

Proteggere chi denuncia e garantire chi è accusato non sono obiettivi incompatibili. Sono le due condizioni necessarie perché il processo cerchi la verità invece di distribuire identità prefabbricate di vittima e colpevole.

7 – Che cosa fare se vieni accusato ingiustamente.

La prima reazione può essere chiamare l’accusatrice, pretendere che ritiri tutto o raccontare pubblicamente la propria versione. Sono mosse pericolose: possono essere interpretate come pressione, minaccia o tentativo di condizionare una persona informata sui fatti.

Se ricevi un’accusa falsa o temi che stia per essere formulata:

  • contatta subito un avvocato e concorda con lui ogni comunicazione rilevante;
  • non cercare confronti diretti con chi ti accusa e rispetta scrupolosamente eventuali divieti o prescrizioni;
  • conserva conversazioni complete, email, fotografie, registri di chiamata, dati di posizione e documenti nel loro formato originale;
  • prepara una cronologia precisa degli eventi, indicando luoghi, orari, persone presenti e fatti verificabili;
  • individua i testimoni senza suggerire loro che cosa dovrebbero dichiarare;
  • evita sfoghi sui social e non diffondere dati intimi o materiale che possa esporre te o altre persone;
  • documenta in modo serio le conseguenze lavorative, economiche, familiari e sanitarie che stai subendo.

Nel post False accuse di violenza: come può difendersi un uomo trovi una guida più dettagliata sulla conservazione delle prove, sulla calunnia e sull’eventuale richiesta di risarcimento.

8 – La verità non ha sesso.

Da questa vicenda non si può dedurre che le donne mentano abitualmente sulle violenze, così come da una denuncia autentica non si può dedurre che ogni uomo accusato sia colpevole. Le generalizzazioni servono alle tifoserie; alla giustizia servono fatti verificati.

Una società matura deve riuscire a sostenere contemporaneamente tre principi: le violenze sessuali vanno denunciate e perseguite; chi denuncia non deve essere umiliato o abbandonato; chi viene accusato ingiustamente deve essere difeso e, quando la falsità deliberata è provata, deve ottenere giustizia.

Il sesso delle persone coinvolte non cambia il valore della verità. Cambiano i fatti, le prove e le responsabilità individuali. È su questi elementi, non sugli stereotipi, che deve poggiare ogni decisione.

9 – Metti ordine nei fatti prima di reagire.

Se sei coinvolto in un’accusa di violenza, temi una denuncia falsa o vuoi capire come proteggerti senza commettere errori, chiama lo 059 761926 per concordare un primo incontro con me. Possiamo svolgerlo anche a distanza e ricostruire insieme fatti, documenti, rischi e possibili passi successivi.

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Secondo te come si possono proteggere meglio sia le vittime autentiche sia le persone accusate ingiustamente? Lascia un commento senza inserire dati personali: leggerò volentieri la tua opinione.

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La violenza non ha genere ma i dati contano

1 – Il convegno che ha acceso il dibattito.

Il 21 settembre 2026, alla Palazzina Pucci di Modena, si è tenuto il convegno «La violenza non ha genere. Profili giuridici e psicologici dell’aggressività femminile», organizzato da Anthea Group. L’incontro era dedicato a un tema reale e ancora poco raccontato: la violenza esercitata dalle donne e subita dagli uomini.

La discussione, però, si è trasformata in uno scontro. Un gruppo di contestatrici e rappresentanti di associazioni ha protestato dentro e fuori la sala. Alcuni interventi del convegno sono stati accusati di descrivere le donne come «vampire», false, manipolatrici e approfittatrici, ricorrendo a casi individuali, archetipi e formule psicologiche senza offrire dati adeguati. Dall’altra parte, alcuni partecipanti hanno denunciato un tentativo di censurare preventivamente un argomento scomodo.

Il punto più importante non è stabilire quale fazione abbia gridato meglio. È capire se possiamo finalmente parlare delle vittime maschili senza negarle e senza trasformare tutte le donne in sospette.

2 – Le vittime maschili esistono.

Un uomo può subire violenza fisica, psicologica, economica o sessuale da una partner. Può essere controllato, isolato, minacciato, ricattato attraverso i figli, colpito o perseguitato dopo la fine della relazione. Il suo sesso non rende meno grave ciò che gli accade.

Lo riconosce anche il Consiglio d’Europa: la Convenzione di Istanbul è centrata sulla violenza contro le donne, che è sproporzionata e strutturale, ma invita gli Stati ad applicare il sistema di protezione anche agli uomini esposti alla violenza familiare o domestica.

Negare questa realtà produce un danno concreto. L’uomo maltrattato può vergognarsi, temere di essere deriso e rinunciare a chiedere aiuto. Se istituzioni e servizi lo vedono soltanto come possibile autore, il suo silenzio diventa ancora più probabile.

3 – I numeri mostrano esistenza e asimmetria.

I dati Istat sugli omicidi del 2024 aiutano a evitare due errori opposti. In quell’anno 62 donne sono state uccise da un partner o da un ex partner; in 61 casi l’autore era un uomo. Otto uomini sono stati uccisi dalla partner e, in tutti gli otto casi, l’autrice era una donna.

Dunque le vittime maschili esistono, ma il rischio di essere uccise nella coppia è molto più alto per le donne. Riconoscere questa asimmetria non cancella quegli otto uomini; ricordare quegli otto uomini non ridimensiona le sessantadue donne.

I primi risultati Istat del 2025 stimano inoltre che il 31,9% delle donne italiane tra 16 e 75 anni abbia subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita. Tra le donne che hanno o hanno avuto un partner, il 12,6% riferisce violenze fisiche o sessuali nella coppia.

Questa indagine, però, è costruita su un campione femminile. Descrive in profondità la violenza subita dalle donne, ma non offre una misura speculare degli uomini sottoposti alle stesse domande. Non si può usare un’indagine sulle donne per concludere che le vittime maschili siano irrilevanti. Serve piuttosto una rilevazione nazionale comparabile, capace di misurare entrambi i sessi con definizioni e domande equivalenti.

4 – Un archetipo non è una statistica.

Parlare di aggressività femminile è legittimo. Presentare la donna come naturalmente manipolatrice, vendicativa o vampiresca non lo è. Un caso giudiziario può dimostrare che una determinata persona ha compiuto un atto; un mito o un archetipo può aiutare a interpretare un racconto. Nessuno dei due dimostra come si comporti un intero sesso.

Lo stesso principio vale quando si parla degli uomini. Se è scorretto dedurre dalla condotta di alcuni uomini che il maschio sia per natura violento, è altrettanto scorretto usare madri assassine, accuse false o separazioni distruttive per descrivere la femminilità come una patologia.

Su questo blog ho già ricostruito i numeri in Uomini uccisi dalle partner: il lato ignorato della violenza e ho discusso la selezione linguistica delle vittime in Meno male non è un femminicidio. La regola resta semplice: la persona viene prima della categoria.

5 – Il confronto non può essere una concessione finale.

Un convegno può scegliere di concentrarsi sull’aggressività femminile. Non è obbligato a trasformare ogni intervento in un equilibrio aritmetico tra i sessi. Se però rivendica un fondamento scientifico, deve distinguere chiaramente tra dati, testimonianze, ipotesi cliniche e opinioni.

Deve inoltre accettare domande vere. Il contraddittorio non è censura: è il modo con cui un’affermazione pubblica dimostra di poter reggere una verifica. Allo stesso modo, contestare un incontro è legittimo; impedirne lo svolgimento o sostenere che la violenza abbia necessariamente un solo autore possibile non lo è.

Una cultura adulta tiene aperti entrambi gli spazi: quello della parola e quello della critica. Quando uno dei due viene chiuso, resta soltanto la propaganda.

6 – Che cosa servirebbe davvero.

Se vogliamo proteggere le persone e non difendere un’identità politica, occorrono strumenti concreti:

  • indagini nazionali che misurino con criteri comparabili la violenza subita da donne e uomini;
  • servizi capaci di accogliere una vittima senza presumere in anticipo il sesso dell’autore;
  • percorsi specializzati quando i rischi, le dinamiche o le conseguenze richiedono competenze specifiche;
  • formazione per forze dell’ordine, sanitari, magistrati e operatori sociali sui segnali della violenza anche contro gli uomini;
  • informazione pubblica che riconosca le differenze statistiche senza trasformarle in colpe collettive;
  • confronto aperto nel quale testimonianze, dati e interpretazioni non vengano confusi.

La prevenzione non migliora cancellando la prospettiva di genere. Migliora quando quella prospettiva viene usata per capire i fenomeni, non per decidere in anticipo chi merita ascolto.

7 – Se sei un uomo e stai subendo violenza.

Non aspettare che la situazione diventi estrema per darle un nome. Se esiste un pericolo immediato, allontanati quando puoi farlo in sicurezza e chiama il 112. Negli altri casi, comincia a costruire una traccia ordinata dei fatti:

  • conserva messaggi, email, fotografie e documenti senza alterarli;
  • annota gli episodi con data, luogo, eventuali testimoni e conseguenze;
  • rivolgiti a un medico se hai lesioni o sintomi fisici e chiedi che siano documentati;
  • parla con una persona affidabile, evitando l’isolamento;
  • consulta un avvocato prima di compiere mosse che possano aggravare il conflitto o pregiudicare i rapporti con i figli;
  • non rispondere alla violenza con altra violenza, salvo quanto strettamente necessario per sottrarti a un’aggressione in corso.

Chiedere aiuto non significa essere deboli. Significa smettere di proteggere, con il tuo silenzio, la situazione che ti sta danneggiando.

8 – Difendere gli uomini senza odiare le donne.

La formula «la violenza non ha genere» contiene una verità morale: nessuna vittima vale meno per il proprio sesso. Non deve però diventare una scorciatoia per negare che alcune forme di violenza colpiscano le donne in misura molto maggiore. E la prospettiva di genere non deve diventare una barriera che rende invisibile un uomo quando è lui a subire.

Difendere gli uomini non richiede di costruire un’immagine mostruosa delle donne. Richiede dati migliori, servizi accessibili, diritto al contraddittorio e lo stesso metro morale per tutti. Se per rendere visibile una vittima dobbiamo disumanizzare qualcun altro, non abbiamo superato il pregiudizio: gli abbiamo soltanto cambiato bersaglio.

9 – Come orientarti nella tua situazione.

Se stai vivendo violenza, minacce, controllo o un conflitto di coppia che coinvolge anche i figli, puoi chiamare lo 059 761926 per fissare un primo incontro. Possiamo svolgerlo anche a distanza e mettere in ordine fatti, prove, rischi e possibili passi successivi.

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Secondo te è possibile riconoscere le differenze statistiche senza lasciare fuori nessuna vittima? Lascia un commento: mi interessa conoscere la tua esperienza e la tua opinione.

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Il lato misandrico del femminismo che non va taciuto

1 – Il femminismo non è soltanto ciò che dice di essere.

Il femminismo viene spesso presentato, per definizione, come emancipazione, uguaglianza, diritti umani e progresso. Da questa premessa discende una conseguenza molto comoda: ogni critica al femminismo può essere liquidata come un attacco ai diritti delle donne.

La storia è più complessa. Il femminismo ha contribuito a battaglie giuste: accesso all’istruzione, capacità giuridica, partecipazione politica, libertà professionale e contrasto alle discriminazioni. Negarlo sarebbe falso. Ma è altrettanto falso trasformare un movimento vasto, diviso in correnti spesso incompatibili, in una realtà moralmente pura.

Accanto alle rivendicazioni di pari dignità sono esistite teorie fondate sul conflitto tra i sessi, sulla colpa collettiva maschile e, in alcuni casi, su un disprezzo esplicito degli uomini. Non sono invenzioni degli avversari: si trovano nelle parole di autrici influenti e nei testi del femminismo radicale. Riconoscerlo non significa sostenere che ogni femminista odi gli uomini. Significa rifiutare l’idea che l’odio diventi accettabile quando cambia il sesso del bersaglio.

2 – Engels: liberazione femminile e abolizione della famiglia economica.

Friedrich Engels

Pagina di Friedrich Engels su Wikipedia italiana

«La prima condizione per la liberazione della donna è riportare l’intero sesso femminile nell’attività produttiva pubblica; questo, a sua volta, richiede l’abolizione della famiglia monogamica come unità economica della società.»

La frase è sostanzialmente autentica e proviene da L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, pubblicato nel 1884. Engels non sta chiedendo di vietare l’amore monogamico o di separare genitori e figli per decreto. La sua analisi è economica: ritiene che la dipendenza domestica della moglie e la funzione patrimoniale della famiglia sarebbero superate dalla partecipazione delle donne alla produzione sociale e dalla trasformazione socialista della proprietà.

Il contesto attenua una lettura semplicistica, ma non elimina il punto politico: una parte importante del pensiero che influenzerà il femminismo socialista considera la famiglia monogamica non soltanto un legame privato, bensì una struttura economica da superare. Engels, peraltro, era un uomo e non può essere classificato automaticamente come autore femminista; è però una delle matrici teoriche di quelle correnti.

3 – Firestone: rivoluzione sessuale e superamento della famiglia.

Shulamith Firestone

Pagina di Shulamith Firestone su Wikipedia italiana

«L’obiettivo finale della rivoluzione femminista non deve essere soltanto l’eliminazione del privilegio maschile, ma della stessa distinzione sessuale.»

Questa è la formulazione fedele della tesi esposta in The Dialectic of Sex: le differenze genitali, secondo Firestone, non avrebbero più dovuto possedere alcun significato culturale. In altri passaggi l’autrice sostiene inoltre il superamento della famiglia biologica o nucleare tradizionale e propone forme collettive di crescita dei figli. Si tratta di due idee collegate, ma è importante presentarle senza fonderle artificialmente in una sola citazione.

La correzione non assolve né condanna l’autrice: serve a discutere ciò che ha realmente sostenuto. Firestone elaborò una visione radicale nella quale tecnologia riproduttiva, liberazione dei bambini e dissoluzione dei ruoli familiari avrebbero eliminato la classe sessuale. È una teoria autenticamente rivoluzionaria, molto più ampia della semplice richiesta di pari opportunità.

4 – Gearhart e Daly: quando il bersaglio diventa la popolazione maschile.

Sally Miller Gearhart

Pagina di Sally Miller Gearhart su Wikipedia italiana

«La percentuale di uomini deve essere ridotta e mantenuta approssimativamente al 10% del genere umano.»

Questa affermazione è documentata nel saggio The Future—If There Is One—Is Female. Gearhart immaginava una trasformazione demografica ottenuta senza sterminio, attraverso il controllo femminile della riproduzione e ipotetiche tecnologie capaci di produrre soprattutto nascite femminili. Era pacifista, e questo contesto va ricordato.

Resta però una proposta di supremazia sessuale: immaginare che un sesso debba costituire appena un decimo dell’umanità significa considerarlo una presenza da contenere. Se un autore proponesse la medesima proporzione per le donne, nessuno avrebbe difficoltà a riconoscervi misoginia. Il criterio deve restare identico.

Mary Daly

Pagina di Mary Daly su Wikipedia italiana

«Se la vita deve sopravvivere su questo pianeta, la Terra deve essere decontaminata. Credo che ciò sarà accompagnato da un processo evolutivo che porterà a una drastica riduzione della popolazione maschile.»

Anche questa frase risulta documentata. Daly la pronunciò discutendo proprio la proposta di Gearhart, che aveva definito una possibilità non cattiva. Il termine «decontaminazione», accostato alla riduzione dei maschi, non descrive più soltanto la critica di comportamenti, leggi o istituzioni: associa implicitamente un gruppo umano alla contaminazione del pianeta.

Non serve attribuire a Daly un piano violento che non espresse. Basta osservare la disumanizzazione contenuta nella metafora. Il problema dell’odio politico comincia spesso prima dell’azione, quando le persone smettono di essere individui e diventano una sostanza nociva da ridurre.

5 – Morgan: l’odio degli uomini rivendicato come atto politico.

Robin Morgan

Pagina di Robin Morgan su Wikipedia italiana

«Ritengo che l’“odio verso gli uomini” sia un atto politico onorevole e praticabile…»

Il passaggio completo, pubblicato in Going Too Far, aggiunge che gli oppressi avrebbero diritto all’odio di classe contro la classe che li opprime. Morgan ammette l’esistenza di eccezioni individuali, ma descrive comunque gli uomini come classe dominante e legittima l’odio nei loro confronti.

Qui la misandria non è un’interpretazione ostile applicata dall’esterno: è nominata e difesa dall’autrice. Si può comprendere la rabbia nata da violenze e discriminazioni senza trasformarla in un principio morale. Comprendere l’origine di un odio non significa dichiararlo onorevole.

6 – Solanas: l’uomo ridotto a oggetto subumano.

Valerie Solanas

Pagina di Valerie Solanas su Wikipedia italiana

«Definire un uomo un animale significa fargli un complimento: è una macchina, un dildo ambulante.»

La frase proviene dallo SCUM Manifesto. Il testo è stato interpretato come programma politico, provocazione, satira nera o performance letteraria. Qualunque interpretazione si scelga, il linguaggio è deliberatamente disumanizzante: il maschio viene privato di empatia, interiorità e valore.

Solanas non rappresenta tutte le donne e nemmeno tutto il femminismo. Sarebbe assurdo usarla come prova unica contro un universo di idee molto più grande. È però altrettanto scorretto fingere che il suo manifesto non sia stato pubblicato, discusso, ristampato e inserito nella storia del femminismo radicale. Un movimento si valuta anche dal modo in cui tratta le proprie espressioni estreme: se le critica, le marginalizza oppure le trasforma in icone trasgressive.

7 – Dworkin: una frase autentica, ma pronunciata da una voce narrativa.

Andrea Dworkin

Pagina di Andrea Dworkin su Wikipedia italiana

«Voglio vedere un uomo picchiato fino a ridurlo a una poltiglia sanguinolenta, con una scarpa dal tacco alto ficcata in bocca, come una mela nella bocca di un maiale.»

Queste parole compaiono nel romanzo Mercy. Il dettaglio è decisivo: appartengono alla voce in prima persona di un personaggio segnato da violenze e stupri, dentro un’opera narrativa. Non è corretto estrarle e presentarle senza spiegazione come una proposta politica formulata direttamente da Dworkin.

Un romanziere può mettere in bocca a un personaggio pensieri brutali senza approvarli alla lettera. Dworkin sostenne certamente posizioni radicali sugli uomini, sulla pornografia e sul potere sessuale, ma questa specifica frase non dimostra da sola che desiderasse personalmente quella violenza. Se vogliamo denunciare i doppi standard, dobbiamo evitare di applicarne uno nuovo alle fonti che non ci piacciono.

8 – De Beauvoir: emancipazione o libertà negata?

Simone de Beauvoir

Pagina di Simone de Beauvoir su Wikipedia italiana

«Nessuna donna dovrebbe essere autorizzata a rimanere a casa per crescere i propri figli. La società non dovrebbe consentire questa scelta, perché, se tale scelta esistesse, troppe donne la farebbero.»

La citazione proviene da un dialogo con Betty Friedan pubblicato nel 1975. De Beauvoir aggiunse che la società avrebbe dovuto essere diversa e spiegò di temere che una scelta domestica apparentemente libera fosse in realtà prodotta dal condizionamento e dalla dipendenza economica.

Il contesto rende la tesi comprensibile, non necessariamente condivisibile. Una liberazione che toglie alle donne la possibilità di scegliere perché potrebbero scegliere «male» assume una forma paternalistica. La parità dovrebbe ampliare le alternative reali: lavorare, dedicarsi alla famiglia o combinare le due dimensioni senza essere costrette né dal marito né dallo Stato né da un’avanguardia ideologica.

9 – Che cosa mostrano davvero queste citazioni.

Le frasi non dimostrano che ogni femminista odi gli uomini. Dimostrano qualcosa di più preciso e difficilmente contestabile: correnti riconoscibili del femminismo hanno descritto il maschio come classe oppressiva, minaccia demografica, contaminazione o essere inferiore; altre hanno considerato famiglia e maternità strutture da superare, anche contro le preferenze espresse dalle stesse donne.

Il femminismo reale è fatto di molte componenti. C’è il femminismo liberale dei diritti individuali; quello socialista, che interpreta famiglia e rapporti sessuali attraverso il conflitto economico; quello radicale, che vede il dominio maschile come struttura fondamentale della società; quello separatista, che considera desiderabile ridurre al minimo relazioni e istituzioni condivise con gli uomini. Esistono inoltre femministe che rifiutano apertamente la misandria e cercano una società migliore per entrambi i sessi.

Perciò non accetto né la caricatura secondo cui ogni conquista femminile sarebbe una minaccia, né il catechismo secondo cui tutto ciò che si definisce femminista sarebbe automaticamente giusto. Come ho sostenuto parlando del lato ignorato della violenza subita dagli uomini, una società equa non sceglie in anticipo quali vittime meritino attenzione in base al sesso.

10 – Dalla critica delle ingiustizie alla misandria.

Criticare un privilegio concreto non è odio. Chiedere che una donna possa studiare, lavorare, votare, lasciare un compagno violento o ricevere la stessa tutela di un uomo è una richiesta di giustizia. La misandria comincia quando il comportamento di alcuni uomini viene trasformato in una colpa ontologica del maschio.

La si riconosce attraverso alcuni passaggi ricorrenti: l’individuo scompare dentro la classe sessuale; la sofferenza maschile viene ridicolizzata; il medesimo comportamento cambia valore morale a seconda del sesso di chi lo compie; la libertà femminile viene affermata anche a costo di negare quella maschile; famiglia, paternità e mascolinità vengono raccontate soprattutto come problemi da correggere.

Non è soltanto una questione di parole sgradevoli. Se un’intera cultura considera l’uomo colpevole per nascita, diventa più facile ignorarlo quando è vittima, presumere che sia sempre aggressore, svalutarne il ruolo di padre o chiedergli sacrifici senza riconoscergli bisogni e diritti.

11 – Le radici ideologiche non spiegano tutto.

È legittimo chiedersi quale genealogia colleghi autori e autrici tanto diversi. L’influenza di Engels e della critica marxista della famiglia esiste, soprattutto nel femminismo socialista e radicale, ma non bisogna sostituire una semplificazione con un’altra. Le pensatrici citate non ripetono tutte la stessa dottrina: hanno biografie, linguaggi e obiettivi differenti, e alcune si sono influenzate reciprocamente più di quanto siano state influenzate direttamente da Engels.

La domanda più utile è perché determinate idee vengano spesso sottratte alla critica soltanto perché pronunciate in nome della liberazione femminile. Nessun movimento dovrebbe ricevere un’immunità morale. Se una frase disumanizza gli uomini, va riconosciuta come tale anche quando nasce dentro una tradizione che ha ottenuto risultati positivi per le donne.

12 – Uscire dalla guerra tra i sessi.

La risposta alla misandria non è la misoginia. Non serve costruire una nuova ideologia nella quale tutte le donne siano manipolatrici, irresponsabili o nemiche. Sarebbe la copia speculare dello stesso errore: giudicare miliardi di persone attraverso una colpa collettiva.

Difendere gli uomini significa pretendere reciprocità. La violenza è violenza chiunque la compia; il disprezzo è disprezzo qualunque sia il bersaglio; la libertà di scegliere vale per entrambi i sessi; la famiglia può essere criticata e migliorata senza essere trattata come una patologia; la paternità non è un accessorio della maternità.

Essere un uomo solido non significa accettare in silenzio chi ti considera un problema biologico. Significa anche non lasciare che il rancore decida chi diventerai. La riflessione su come essere un uomo parte dalla responsabilità personale: confini chiari, capacità di giudizio e rifiuto di ogni odio collettivo.

13 – Parliamone partendo dalla tua esperienza.

Se questi temi incidono sulla tua relazione, sulla tua famiglia o sul modo in cui vivi la tua identità maschile, telefona allo 059 761926 e concorda un primo incontro con me, disponibile anche a distanza.

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Che cosa pensi di queste citazioni e della distinzione tra parità e misandria? Lascia un commento o una domanda: sarò felice di confrontarmi con te.

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False accuse di violenza come può difendersi un uomo

Che cosa può fare un uomo se viene ingiustamente accusato di molestie sessuali o violenza da una donna, e che cosa rischia la donna?

1) Il caso del cardinale Ouellet.

La vicenda nasce nel 2022, quando il cardinale canadese Marc Ouellet fu indicato in un’azione collettiva riguardante abusi sessuali attribuiti a persone legate all’arcidiocesi del Québec. Una donna lo accusava di contatti fisici non consensuali avvenuti tra il 2008 e il 2010, quando lavorava o si formava in ambito ecclesiastico. Ouellet negò gli episodi e promosse un’azione civile per diffamazione.

Il processo si è svolto a Montréal nel marzo 2026. Con una decisione del 31 agosto 2026, il giudice Martin Castonguay ha ritenuto infondate le accuse, giudicando la testimonianza della donna non credibile né affidabile. La corte ha sottolineato i cambiamenti intervenuti nel racconto e il fatto che gli episodi descritti sarebbero avvenuti durante eventi pubblici in presenza di altre persone.

La donna è stata condannata a pagare 100.000 dollari canadesi per il danno alla reputazione, oltre alle conseguenze economiche stabilite dalla decisione. Ouellet ha annunciato che devolverà quanto incassato a organizzazioni impegnate contro gli abusi sessuali subiti dalle popolazioni indigene in Canada. La ricostruzione della Canadian Press riferisce che la sentenza è particolarmente severa nel valutare la coerenza dell’accusatrice.

È importante usare le parole giuste: non si tratta di un’assoluzione pronunciata al termine di un processo penale per violenza sessuale, ma dell’accoglimento di una causa civile per diffamazione. È inoltre una decisione canadese, soggetta alle regole e alle eventuali impugnazioni di quell’ordinamento. Non può essere trasferita automaticamente al diritto italiano.

2) Un’accusa non provata non è sempre una falsa accusa.

Nel nostro ordinamento l’archiviazione di una denuncia, il proscioglimento o l’assoluzione dell’accusato non comportano automaticamente che la denunciante abbia commesso un reato. Un fatto può non essere dimostrato perché mancano prove sufficienti, perché i ricordi sono incompleti o perché le ricostruzioni restano incompatibili. La falsità consapevole è un’altra cosa.

Questa distinzione protegge entrambe le parti. Chi subisce davvero una violenza deve poterla denunciare senza temere una punizione soltanto perché l’accertamento è difficile. Chi viene accusato ingiustamente deve però poter dimostrare che il racconto è inventato e ottenere tutela quando l’accusatrice sapeva che i fatti non erano mai avvenuti.

Perciò la domanda corretta non è soltanto “l’uomo è stato assolto?”, ma “esistono prove che la donna abbia accusato una persona sapendola innocente?”. È su questa consapevolezza che si gioca soprattutto il reato di calunnia.

3) Che cosa deve fare subito l’uomo accusato.

Una falsa accusa produce paura e rabbia. La tentazione è telefonare all’accusatrice, affrontarla, scrivere un lungo sfogo online o cercare dichiarazioni da amici comuni. Sono spesso le mosse peggiori: possono generare nuovi messaggi equivoci, contestazioni di minaccia o pressione sui testimoni e una diffusione ulteriore della vicenda.

La risposta iniziale deve essere ordinata:

  • contatta subito un avvocato penalista, prima di rendere dichiarazioni non necessarie;
  • ricostruisci una cronologia precisa dei rapporti e dei fatti contestati;
  • conserva chat, email, fotografie, registrazioni legittimamente disponibili, dati di posizione e documenti nella loro forma originale;
  • indica al difensore i possibili testimoni, compresi quelli che possono confermare dove ti trovavi o come si svolsero gli incontri;
  • non cancellare contenuti, non modificarli e non costruire prove a posteriori;
  • non contattare l’accusatrice se il difensore non lo ritiene opportuno;
  • rispetta scrupolosamente eventuali prescrizioni o misure disposte dall’autorità.

Se vieni convocato dalla polizia giudiziaria o dal pubblico ministero, non improvvisare una difesa emotiva. Chiedi immediatamente in quale veste sei sentito e fatti assistere. Il tuo avvocato valuterà se rispondere, depositare una memoria, indicare fonti di prova o svolgere investigazioni difensive.

4) Le prove digitali devono restare integre.

Nelle false accuse il contesto è spesso decisivo. Un singolo messaggio isolato può avere un significato molto diverso dalla conversazione completa. Uno screenshot ritagliato è più debole di un’acquisizione che consenta di verificare mittente, destinatario, data, sequenza e integrità.

Conserva quindi le conversazioni complete e crea copie di sicurezza senza alterare gli originali. Annota dove si trovano i dati e come sono stati ottenuti. Se il contenuto è importante o rischia di scomparire, il difensore può valutare un’acquisizione tecnica o una constatazione idonea a documentarne l’esistenza.

Non entrare abusivamente negli account dell’altra persona e non installare strumenti di controllo. Una prova raccolta commettendo un illecito può aprire un nuovo fronte contro di te. Difendersi significa usare bene le prove disponibili, non violare la riservatezza altrui.

5) Che cosa rischia penalmente chi accusa sapendo di mentire.

Se una donna presenta una denuncia o una querela e attribuisce un reato a un uomo che sa innocente, può configurarsi la calunnia. L’articolo 368 del Codice penale prevede, nella forma base, la reclusione da due a sei anni. Sono previste conseguenze più gravi quando l’accusa riguarda delitti particolarmente severi o provoca la condanna dell’innocente.

Il punto decisivo è il dolo: non basta che la versione sia fragile, contraddittoria o smentita. Occorre dimostrare che la persona conosceva l’innocenza dell’accusato e ha comunque attivato l’autorità contro di lui. Per questo un procedimento per calunnia non è la semplice prosecuzione automatica dell’assoluzione.

Se l’accusa viene diffusa ad amici, colleghi, familiari, giornali o utenti dei social, può entrare in gioco anche la diffamazione prevista dall’articolo 595 del Codice penale. La qualificazione concreta dipende da che cosa è stato detto, a chi, con quale mezzo e in quale contesto. Dichiarazioni rese all’autorità, testimonianze e pubblicazioni online seguono regole diverse e devono essere valutate caso per caso.

La legge è neutrale rispetto al sesso: questi reati possono essere commessi da una donna o da un uomo. Qui parliamo della donna perché questa è la situazione posta nella domanda, non perché esista una responsabilità penale speciale legata al genere.

6) Il risarcimento dei danni non è automatico.

Una falsa accusa può danneggiare reputazione, lavoro, rapporti familiari, salute e vita sociale. L’articolo 2043 del Codice civile impone a chi causa con dolo o colpa un danno ingiusto di risarcirlo. Possono assumere rilievo anche i danni non patrimoniali, purché siano allegati e provati secondo le regole applicabili.

Non esiste però un tariffario delle false accuse. L’uomo deve dimostrare il fatto illecito, il danno e il collegamento tra i due. Sono utili, secondo il caso, documenti sulla perdita di incarichi o opportunità, spese sostenute, comunicazioni ricevute, conseguenze mediche documentate e diffusione delle dichiarazioni.

Se la falsa ricostruzione viene sostenuta anche in una causa civile con mala fede o colpa grave, il giudice può applicare la responsabilità aggravata prevista dall’articolo 96 del Codice di procedura civile, oltre a pronunciarsi sulle spese. Anche qui servono presupposti precisi: perdere una causa non significa automaticamente aver agito in mala fede.

7) Che cosa può accadere nel lavoro e nella famiglia.

Un’accusa di molestie sul lavoro può attivare verifiche interne, provvedimenti cautelari e procedimenti disciplinari. L’uomo deve chiedere per iscritto di conoscere gli addebiti nei limiti consentiti, conservare le comunicazioni e coordinare la difesa lavoristica con quella penale. Una successiva smentita non cancella da sola il danno professionale già prodotto.

Nelle separazioni conflittuali, accuse di violenza o abuso possono incidere sulle decisioni urgenti riguardanti casa, contatti e figli. La priorità del giudice resta la protezione del minore. Se emerge che un genitore ha costruito consapevolmente accuse false o ha coinvolto il figlio nel conflitto, quella condotta può essere valutata nelle decisioni sull’affidamento e sulla responsabilità genitoriale; non esiste, tuttavia, una sanzione familiare automatica uguale per tutti i casi.

La tutela richiede quindi due binari coordinati: difendersi dall’accusa e impedire che il procedimento venga usato per consolidare nel tempo una situazione familiare basata su fatti falsi.

8) Quando denunciare la calunnia o chiedere i danni.

Non esiste una regola secondo cui devi contrattaccare il giorno stesso. Una denuncia prematura, scritta sotto l’effetto della rabbia e senza conoscere gli atti, può essere incompleta o strategicamente dannosa. D’altra parte, aspettare senza controllo può far perdere prove e termini.

Il difensore deve acquisire ciò che è accessibile del procedimento, confrontare le diverse versioni, verificare gli elementi oggettivi e scegliere il momento corretto. A seconda dei fatti si potrà valutare:

  • una denuncia per calunnia o per altri reati concretamente configurabili;
  • una querela per le dichiarazioni diffamatorie diffuse fuori dalle sedi competenti;
  • la costituzione di parte civile nel procedimento penale contro l’accusatrice;
  • un’azione civile autonoma per il risarcimento;
  • iniziative urgenti per fermare la diffusione di contenuti lesivi;
  • richieste specifiche nei procedimenti familiari o lavoristici coinvolti.

Non usare una denuncia come minaccia per ottenere silenzio, denaro, rinunce sull’affidamento o altri vantaggi. L’azione legale deve servire ad accertare i fatti e riparare il danno, non a creare una nuova forma di pressione.

9) Gli errori che possono distruggere una buona difesa.

Anche un uomo innocente può peggiorare la propria posizione se reagisce male. Evita soprattutto di pubblicare nomi e dettagli, insultare la donna, diffondere materiale intimo, chiedere agli amici di contattarla, concordare versioni con i testimoni o violare divieti di avvicinamento e comunicazione.

Non raccontare sui social ogni passaggio della strategia difensiva. La rete non è un tribunale e i commenti favorevoli non sono prove. Una comunicazione impulsiva può essere acquisita, decontestualizzata e usata nel procedimento.

La linea più forte è spesso meno spettacolare: silenzio pubblico, prove ordinate, difesa tecnica e rispetto rigoroso delle regole. L’obiettivo non è vincere una guerra narrativa in ventiquattro ore, ma arrivare all’accertamento con una ricostruzione verificabile.

10) Altri casi utili per capire il problema.

In False accuse e affido al padre: cosa dice la Cassazione ho spiegato perché accuse reiterate e prive di riscontri possono assumere rilievo anche nelle decisioni familiari, senza che ogni archiviazione dimostri automaticamente la calunnia.

Ho affrontato anche le minacce di false accuse come possibile forma di controllo nel post Uomini uccisi dalle partner: il lato ignorato della violenza. Riconoscere questo rischio non significa screditare le vittime autentiche: significa pretendere che ogni persona venga protetta sulla base dei fatti, senza presunzioni legate al sesso.

11) Passa all’azione.

Per il tuo appuntamento con me, chiama il numero 059 761926 e concorda il tuo primo incontro, anche a distanza.

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relazioni

Uomini uccisi dalle partner il lato ignorato della violenza

1) Due delitti non fanno una statistica.

Nel 2026, a poche settimane di distanza, due uomini sono stati uccisi a coltellate nel territorio modenese. Nel primo caso è stata arrestata la compagna della vittima; nel secondo, avvenuto a Montese, la moglie è stata arrestata dopo due settimane di indagini. Si tratta di procedimenti ancora nella fase delle indagini: responsabilità e moventi dovranno essere accertati nel processo, nel rispetto della presunzione di innocenza.

Due casi non autorizzano a proclamare un’emergenza statistica né un improvviso ribaltamento della violenza omicida in Italia. I numeri locali sono troppo piccoli per dimostrare una tendenza. Ma due morti sono comunque due vite spezzate e pongono una domanda che troppo spesso resta ai margini: sappiamo riconoscere un uomo come vittima di violenza, soprattutto quando chi lo aggredisce è la sua partner?

La risposta non dovrebbe dipendere dal sesso dell’autore o della vittima. La violenza va osservata per ciò che fa, per il pericolo che crea e per le persone che distrugge.

2) Che cosa dicono davvero i dati nazionali.

I dati più recenti e consolidati invitano a evitare sia la rimozione sia la propaganda. Secondo i dati Istat sugli omicidi del 2024, in Italia sono state uccise 327 persone: 211 uomini e 116 donne. Nei casi con autore individuato, l’88,3% degli autori era costituito da uomini.

Le donne autrici di omicidio erano 35 e in circa tre casi su quattro avevano ucciso un uomo. Guardando soltanto alla coppia, le donne uccise da un partner o da un ex partner erano 62 e in 61 casi l’autore era un uomo; gli uomini uccisi dalla partner erano otto e in tutti gli otto casi l’autrice era una donna.

Questi numeri raccontano contemporaneamente due verità:

  • la violenza omicida è commessa in grande maggioranza da uomini;
  • le donne uccise nella coppia sono molte più degli uomini;
  • gli uomini uccisi dalle partner esistono e non possono essere trattati come un errore statistico.

Riconoscere l’asimmetria è doveroso. Usarla per cancellare la minoranza delle vittime sarebbe invece intellettualmente disonesto e umanamente ingiusto.

3) Perché l’uomo vittima diventa invisibile.

Molti uomini crescono con l’idea di dover essere sempre forti, autosufficienti e capaci di controllare ogni situazione. Quando subiscono violenza nella coppia possono provare vergogna, temere di essere derisi o pensare che nessuno crederà loro. Se l’aggressore è una donna, lo stereotipo diventa ancora più pesante: «Sei più grosso, difenditi»; «Non può averti fatto davvero male»; «Un uomo non si fa maltrattare».

Questo copione è pericoloso. La violenza domestica non coincide soltanto con la superiorità fisica e non comincia con l’omicidio. Può manifestarsi attraverso:

  • minacce e aggressioni fisiche;
  • umiliazioni sistematiche e isolamento;
  • controllo economico e distruzione dei beni;
  • ricatti affettivi o minacce di false accuse;
  • uso dei figli come strumento di pressione;
  • persecuzione dopo la fine della relazione.

Non tutte le relazioni conflittuali sono violente e non ogni litigio è un reato. Il punto di svolta si raggiunge quando paura, controllo, minaccia e sopraffazione diventano una struttura stabile del rapporto.

4) La legge distingue, la protezione non deve escludere.

La legge 2 dicembre 2025 n. 181 ha introdotto nel codice penale il delitto di femminicidio. La fattispecie riguarda la morte di una donna quando ricorrono specifiche motivazioni di odio, discriminazione, prevaricazione, controllo, possesso o dominio in quanto donna, oppure quando il fatto è collegato al rifiuto di una relazione o alla limitazione delle sue libertà individuali.

Se la vittima è un uomo quella fattispecie, per definizione, non si applica. Ciò non significa però che l’omicidio dell’uomo resti senza risposta o senza aggravanti: continuano ad applicarsi il delitto di omicidio e, quando ne ricorrono i presupposti, le aggravanti previste per il fatto commesso contro il coniuge, il convivente o la persona legata da una relazione affettiva.

Il dibattito sulle parole e sulle scelte del legislatore è legittimo. Ma non deve oscurare il bisogno essenziale: ogni persona in pericolo deve poter essere ascoltata, creduta quanto basta per attivare verifiche serie e protetta sulla base dei fatti, senza dover prima corrispondere al profilo della vittima che l’opinione pubblica si aspetta.

5) Proteggere gli uomini non toglie nulla alle donne.

Ogni volta che si parla di uomini vittime compare il sospetto che si voglia minimizzare la violenza contro le donne. È una falsa alternativa. I dati dimostrano che le donne corrono un rischio molto maggiore di essere uccise da partner ed ex partner; gli stessi dati dimostrano che esistono uomini uccisi dalle compagne.

Una prevenzione credibile deve riuscire a tenere insieme entrambi i fatti. Non serve una gara tra morti, non serve cercare quale sesso sia moralmente peggiore e non serve trasformare ogni delitto in un’arma ideologica. Serve individuare i fattori concreti di rischio: precedenti aggressioni, minacce, disponibilità di armi, escalation dei conflitti, dipendenze, isolamento, controllo ossessivo e incapacità di accettare la fine della relazione.

Sul modo selettivo con cui nominiamo le vittime avevo già scritto provocatoriamente in Meno male non è un femminicidio. Avevo inoltre affrontato il problema di una lettura che attribuisce automaticamente la violenza a un solo sesso parlando della casa delle madri assassine.

6) Che cosa può fare un uomo che subisce violenza.

La vergogna e il silenzio proteggono l’aggressore, non la vittima. Se vivi una situazione di violenza, la priorità non è dimostrare di essere forte: è metterti in sicurezza e impedire che l’escalation continui.

Puoi cominciare così:

  • se il pericolo è immediato, allontanati e chiama il 112;
  • non reagire con altra violenza, salvo quanto strettamente necessario per sottrarti a un’aggressione in corso;
  • fai documentare le lesioni da un medico o dal pronto soccorso;
  • conserva messaggi, fotografie, referti e altri elementi utili in un luogo sicuro;
  • racconta i fatti a una persona fidata, evitando di restare isolato;
  • chiedi rapidamente assistenza legale per valutare denuncia, misure di protezione e tutela dei figli;
  • prepara un piano pratico per uscire dalla casa o dalla relazione senza esporti a nuovi rischi.

Chiedere aiuto non ti rende meno uomo. Restare vivo, proteggere i tuoi figli e interrompere una relazione violenta sono atti di responsabilità.

7) Passa all’azione.

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Come essere un uomo?

Un uomo provvede alla sua famiglia. Fornisce riparo, cibo, libertà, tranquillità, sicurezza, amore, compassione, guida e comprensione.

Un uomo protegge la sua mente, un uomo è gentile ed è pericoloso insieme, un uomo guida come un leader, affronta e risolve i problemi.

Un uomo ammette i suoi errori e fa le cose per bene, cerca sempre di fare la cosa giusta.

Un uomo mostra rispetto per gli altri e richiede rispetto attraverso le sue azioni e il suo carattere, non cerca convalida o approvazione dagli altri, ma si limita a fare quello che ritiene giusto. Un uomo sa distinguere il bene dal male. E sa fare la cosa giusta in pubblico e in privato.

Un uomo non ha paura di sostenere le proprie idee e si farà avanti anche in pubblico per parlare.

Un uomo è emotivamente disciplinato. Non reagisce, piuttosto risponde a una situazione.

Un uomo ascolta autenticamente gli altri e non aspetta solo che venga il proprio turno di parlare.

Un uomo ha una mentalità aperta, ma non sarà deciso ad andare contro a qualsiasi cosa che violi i suoi valori. Un uomo promuove la pace e incoraggia gli altri a cercare la pace. Ma, che Dio ti aiuti, se cadi sotto la sua giusta e legittima violenza per difendere ciò che ama e ciò in cui crede.