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Il lato misandrico del femminismo che non va taciuto

1 – Il femminismo non è soltanto ciò che dice di essere.

Il femminismo viene spesso presentato, per definizione, come emancipazione, uguaglianza, diritti umani e progresso. Da questa premessa discende una conseguenza molto comoda: ogni critica al femminismo può essere liquidata come un attacco ai diritti delle donne.

La storia è più complessa. Il femminismo ha contribuito a battaglie giuste: accesso all’istruzione, capacità giuridica, partecipazione politica, libertà professionale e contrasto alle discriminazioni. Negarlo sarebbe falso. Ma è altrettanto falso trasformare un movimento vasto, diviso in correnti spesso incompatibili, in una realtà moralmente pura.

Accanto alle rivendicazioni di pari dignità sono esistite teorie fondate sul conflitto tra i sessi, sulla colpa collettiva maschile e, in alcuni casi, su un disprezzo esplicito degli uomini. Non sono invenzioni degli avversari: si trovano nelle parole di autrici influenti e nei testi del femminismo radicale. Riconoscerlo non significa sostenere che ogni femminista odi gli uomini. Significa rifiutare l’idea che l’odio diventi accettabile quando cambia il sesso del bersaglio.

2 – Engels: liberazione femminile e abolizione della famiglia economica.

Friedrich Engels

Pagina di Friedrich Engels su Wikipedia italiana

«La prima condizione per la liberazione della donna è riportare l’intero sesso femminile nell’attività produttiva pubblica; questo, a sua volta, richiede l’abolizione della famiglia monogamica come unità economica della società.»

La frase è sostanzialmente autentica e proviene da L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, pubblicato nel 1884. Engels non sta chiedendo di vietare l’amore monogamico o di separare genitori e figli per decreto. La sua analisi è economica: ritiene che la dipendenza domestica della moglie e la funzione patrimoniale della famiglia sarebbero superate dalla partecipazione delle donne alla produzione sociale e dalla trasformazione socialista della proprietà.

Il contesto attenua una lettura semplicistica, ma non elimina il punto politico: una parte importante del pensiero che influenzerà il femminismo socialista considera la famiglia monogamica non soltanto un legame privato, bensì una struttura economica da superare. Engels, peraltro, era un uomo e non può essere classificato automaticamente come autore femminista; è però una delle matrici teoriche di quelle correnti.

3 – Firestone: rivoluzione sessuale e superamento della famiglia.

Shulamith Firestone

Pagina di Shulamith Firestone su Wikipedia italiana

«L’obiettivo finale della rivoluzione femminista non deve essere soltanto l’eliminazione del privilegio maschile, ma della stessa distinzione sessuale.»

Questa è la formulazione fedele della tesi esposta in The Dialectic of Sex: le differenze genitali, secondo Firestone, non avrebbero più dovuto possedere alcun significato culturale. In altri passaggi l’autrice sostiene inoltre il superamento della famiglia biologica o nucleare tradizionale e propone forme collettive di crescita dei figli. Si tratta di due idee collegate, ma è importante presentarle senza fonderle artificialmente in una sola citazione.

La correzione non assolve né condanna l’autrice: serve a discutere ciò che ha realmente sostenuto. Firestone elaborò una visione radicale nella quale tecnologia riproduttiva, liberazione dei bambini e dissoluzione dei ruoli familiari avrebbero eliminato la classe sessuale. È una teoria autenticamente rivoluzionaria, molto più ampia della semplice richiesta di pari opportunità.

4 – Gearhart e Daly: quando il bersaglio diventa la popolazione maschile.

Sally Miller Gearhart

Pagina di Sally Miller Gearhart su Wikipedia italiana

«La percentuale di uomini deve essere ridotta e mantenuta approssimativamente al 10% del genere umano.»

Questa affermazione è documentata nel saggio The Future—If There Is One—Is Female. Gearhart immaginava una trasformazione demografica ottenuta senza sterminio, attraverso il controllo femminile della riproduzione e ipotetiche tecnologie capaci di produrre soprattutto nascite femminili. Era pacifista, e questo contesto va ricordato.

Resta però una proposta di supremazia sessuale: immaginare che un sesso debba costituire appena un decimo dell’umanità significa considerarlo una presenza da contenere. Se un autore proponesse la medesima proporzione per le donne, nessuno avrebbe difficoltà a riconoscervi misoginia. Il criterio deve restare identico.

Mary Daly

Pagina di Mary Daly su Wikipedia italiana

«Se la vita deve sopravvivere su questo pianeta, la Terra deve essere decontaminata. Credo che ciò sarà accompagnato da un processo evolutivo che porterà a una drastica riduzione della popolazione maschile.»

Anche questa frase risulta documentata. Daly la pronunciò discutendo proprio la proposta di Gearhart, che aveva definito una possibilità non cattiva. Il termine «decontaminazione», accostato alla riduzione dei maschi, non descrive più soltanto la critica di comportamenti, leggi o istituzioni: associa implicitamente un gruppo umano alla contaminazione del pianeta.

Non serve attribuire a Daly un piano violento che non espresse. Basta osservare la disumanizzazione contenuta nella metafora. Il problema dell’odio politico comincia spesso prima dell’azione, quando le persone smettono di essere individui e diventano una sostanza nociva da ridurre.

5 – Morgan: l’odio degli uomini rivendicato come atto politico.

Robin Morgan

Pagina di Robin Morgan su Wikipedia italiana

«Ritengo che l’“odio verso gli uomini” sia un atto politico onorevole e praticabile…»

Il passaggio completo, pubblicato in Going Too Far, aggiunge che gli oppressi avrebbero diritto all’odio di classe contro la classe che li opprime. Morgan ammette l’esistenza di eccezioni individuali, ma descrive comunque gli uomini come classe dominante e legittima l’odio nei loro confronti.

Qui la misandria non è un’interpretazione ostile applicata dall’esterno: è nominata e difesa dall’autrice. Si può comprendere la rabbia nata da violenze e discriminazioni senza trasformarla in un principio morale. Comprendere l’origine di un odio non significa dichiararlo onorevole.

6 – Solanas: l’uomo ridotto a oggetto subumano.

Valerie Solanas

Pagina di Valerie Solanas su Wikipedia italiana

«Definire un uomo un animale significa fargli un complimento: è una macchina, un dildo ambulante.»

La frase proviene dallo SCUM Manifesto. Il testo è stato interpretato come programma politico, provocazione, satira nera o performance letteraria. Qualunque interpretazione si scelga, il linguaggio è deliberatamente disumanizzante: il maschio viene privato di empatia, interiorità e valore.

Solanas non rappresenta tutte le donne e nemmeno tutto il femminismo. Sarebbe assurdo usarla come prova unica contro un universo di idee molto più grande. È però altrettanto scorretto fingere che il suo manifesto non sia stato pubblicato, discusso, ristampato e inserito nella storia del femminismo radicale. Un movimento si valuta anche dal modo in cui tratta le proprie espressioni estreme: se le critica, le marginalizza oppure le trasforma in icone trasgressive.

7 – Dworkin: una frase autentica, ma pronunciata da una voce narrativa.

Andrea Dworkin

Pagina di Andrea Dworkin su Wikipedia italiana

«Voglio vedere un uomo picchiato fino a ridurlo a una poltiglia sanguinolenta, con una scarpa dal tacco alto ficcata in bocca, come una mela nella bocca di un maiale.»

Queste parole compaiono nel romanzo Mercy. Il dettaglio è decisivo: appartengono alla voce in prima persona di un personaggio segnato da violenze e stupri, dentro un’opera narrativa. Non è corretto estrarle e presentarle senza spiegazione come una proposta politica formulata direttamente da Dworkin.

Un romanziere può mettere in bocca a un personaggio pensieri brutali senza approvarli alla lettera. Dworkin sostenne certamente posizioni radicali sugli uomini, sulla pornografia e sul potere sessuale, ma questa specifica frase non dimostra da sola che desiderasse personalmente quella violenza. Se vogliamo denunciare i doppi standard, dobbiamo evitare di applicarne uno nuovo alle fonti che non ci piacciono.

8 – De Beauvoir: emancipazione o libertà negata?

Simone de Beauvoir

Pagina di Simone de Beauvoir su Wikipedia italiana

«Nessuna donna dovrebbe essere autorizzata a rimanere a casa per crescere i propri figli. La società non dovrebbe consentire questa scelta, perché, se tale scelta esistesse, troppe donne la farebbero.»

La citazione proviene da un dialogo con Betty Friedan pubblicato nel 1975. De Beauvoir aggiunse che la società avrebbe dovuto essere diversa e spiegò di temere che una scelta domestica apparentemente libera fosse in realtà prodotta dal condizionamento e dalla dipendenza economica.

Il contesto rende la tesi comprensibile, non necessariamente condivisibile. Una liberazione che toglie alle donne la possibilità di scegliere perché potrebbero scegliere «male» assume una forma paternalistica. La parità dovrebbe ampliare le alternative reali: lavorare, dedicarsi alla famiglia o combinare le due dimensioni senza essere costrette né dal marito né dallo Stato né da un’avanguardia ideologica.

9 – Che cosa mostrano davvero queste citazioni.

Le frasi non dimostrano che ogni femminista odi gli uomini. Dimostrano qualcosa di più preciso e difficilmente contestabile: correnti riconoscibili del femminismo hanno descritto il maschio come classe oppressiva, minaccia demografica, contaminazione o essere inferiore; altre hanno considerato famiglia e maternità strutture da superare, anche contro le preferenze espresse dalle stesse donne.

Il femminismo reale è fatto di molte componenti. C’è il femminismo liberale dei diritti individuali; quello socialista, che interpreta famiglia e rapporti sessuali attraverso il conflitto economico; quello radicale, che vede il dominio maschile come struttura fondamentale della società; quello separatista, che considera desiderabile ridurre al minimo relazioni e istituzioni condivise con gli uomini. Esistono inoltre femministe che rifiutano apertamente la misandria e cercano una società migliore per entrambi i sessi.

Perciò non accetto né la caricatura secondo cui ogni conquista femminile sarebbe una minaccia, né il catechismo secondo cui tutto ciò che si definisce femminista sarebbe automaticamente giusto. Come ho sostenuto parlando del lato ignorato della violenza subita dagli uomini, una società equa non sceglie in anticipo quali vittime meritino attenzione in base al sesso.

10 – Dalla critica delle ingiustizie alla misandria.

Criticare un privilegio concreto non è odio. Chiedere che una donna possa studiare, lavorare, votare, lasciare un compagno violento o ricevere la stessa tutela di un uomo è una richiesta di giustizia. La misandria comincia quando il comportamento di alcuni uomini viene trasformato in una colpa ontologica del maschio.

La si riconosce attraverso alcuni passaggi ricorrenti: l’individuo scompare dentro la classe sessuale; la sofferenza maschile viene ridicolizzata; il medesimo comportamento cambia valore morale a seconda del sesso di chi lo compie; la libertà femminile viene affermata anche a costo di negare quella maschile; famiglia, paternità e mascolinità vengono raccontate soprattutto come problemi da correggere.

Non è soltanto una questione di parole sgradevoli. Se un’intera cultura considera l’uomo colpevole per nascita, diventa più facile ignorarlo quando è vittima, presumere che sia sempre aggressore, svalutarne il ruolo di padre o chiedergli sacrifici senza riconoscergli bisogni e diritti.

11 – Le radici ideologiche non spiegano tutto.

È legittimo chiedersi quale genealogia colleghi autori e autrici tanto diversi. L’influenza di Engels e della critica marxista della famiglia esiste, soprattutto nel femminismo socialista e radicale, ma non bisogna sostituire una semplificazione con un’altra. Le pensatrici citate non ripetono tutte la stessa dottrina: hanno biografie, linguaggi e obiettivi differenti, e alcune si sono influenzate reciprocamente più di quanto siano state influenzate direttamente da Engels.

La domanda più utile è perché determinate idee vengano spesso sottratte alla critica soltanto perché pronunciate in nome della liberazione femminile. Nessun movimento dovrebbe ricevere un’immunità morale. Se una frase disumanizza gli uomini, va riconosciuta come tale anche quando nasce dentro una tradizione che ha ottenuto risultati positivi per le donne.

12 – Uscire dalla guerra tra i sessi.

La risposta alla misandria non è la misoginia. Non serve costruire una nuova ideologia nella quale tutte le donne siano manipolatrici, irresponsabili o nemiche. Sarebbe la copia speculare dello stesso errore: giudicare miliardi di persone attraverso una colpa collettiva.

Difendere gli uomini significa pretendere reciprocità. La violenza è violenza chiunque la compia; il disprezzo è disprezzo qualunque sia il bersaglio; la libertà di scegliere vale per entrambi i sessi; la famiglia può essere criticata e migliorata senza essere trattata come una patologia; la paternità non è un accessorio della maternità.

Essere un uomo solido non significa accettare in silenzio chi ti considera un problema biologico. Significa anche non lasciare che il rancore decida chi diventerai. La riflessione su come essere un uomo parte dalla responsabilità personale: confini chiari, capacità di giudizio e rifiuto di ogni odio collettivo.

13 – Parliamone partendo dalla tua esperienza.

Se questi temi incidono sulla tua relazione, sulla tua famiglia o sul modo in cui vivi la tua identità maschile, telefona allo 059 761926 e concorda un primo incontro con me, disponibile anche a distanza.

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Che cosa pensi di queste citazioni e della distinzione tra parità e misandria? Lascia un commento o una domanda: sarò felice di confrontarmi con te.

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Dieci regole per uomini che vogliono crescere

1 – Dieci regole semplici, nessuna scorciatoia.

Per diventare un uomo più solido non servono necessariamente talento eccezionale, fortuna o grandi disponibilità economiche. Servono soprattutto standard personali: criteri chiari per decidere come comportarti quando sei stanco, ferito, escluso, tentato di apparire o desideroso di essere approvato.

Le dieci regole che seguono hanno questo pregio: sono brevi, memorizzabili e concrete. Non vanno trattate come comandamenti ciechi. Alcune richiedono buon senso e qualche eccezione, ma tutte puntano nella stessa direzione: dignità, autocontrollo, salute, curiosità e progresso.

2 – Le dieci regole per uomini che vogliono crescere.

2.1 – Non tornare da una donna che ti ha tradito.

Il tradimento non è soltanto un atto sessuale. È la rottura di un patto e spesso comporta bugie ripetute, occultamento e manipolazione. Tornare automaticamente perché temi la solitudine insegna all’altra persona che i tuoi confini possono essere violati senza conseguenze.

Questo non significa che una riconciliazione sia sempre impossibile. Significa che non devi confondere il perdono con la cancellazione dei fatti. Per ricostruire servono verità completa, responsabilità, cambiamenti osservabili e tempo. Se queste condizioni mancano, allontanarti è rispetto per te stesso, non vendetta.

La scelta del partner è una delle decisioni più importanti della vita. Come ho osservato parlando di valori incompatibili e fine di una relazione, nessuno è obbligato a restare con chi ha distrutto la fiducia o difende principi inconciliabili con i propri.

2.2 – Non rovinarti per impressionare gli altri.

Automobili, vestiti, cene, viaggi e regali possono diventare strumenti con cui compri un’immagine sociale che non puoi permetterti. Il risultato è paradossale: sembri più ricco per qualche ora e diventi più povero per mesi o anni.

Un uomo affidabile conosce la propria situazione finanziaria, spende meno di quanto guadagna e non usa il debito per ricevere attenzione. Chi ti stima soltanto quando paghi, esibisci o offri non sta stimando te: sta reagendo a ciò che può ottenere.

La sobrietà non è avarizia. Puoi goderti il denaro e condividerlo, ma prima devi essere in grado di dire: «Questo non rientra nelle mie possibilità» senza provare vergogna.

2.3 – Non stringere la mano restando seduto.

Alzarti per salutare comunica presenza, rispetto e disponibilità all’incontro. È un gesto piccolo, ma i gesti piccoli costruiscono il modo in cui vieni percepito e, soprattutto, il modo in cui percepisci te stesso.

Naturalmente la regola non vale quando alzarsi è difficile, inopportuno o impossibile. Il suo significato non è teatrale: non devi recitare la parte dell’uomo dominante. Devi interrompere per un momento ciò che stai facendo, guardare la persona e riconoscerne l’arrivo.

La buona educazione non rende deboli. Dimostra che sai occupare lo spazio senza ignorare gli altri.

2.4 – Non mendicare una relazione.

Puoi dichiarare ciò che provi, chiedere chiarezza e tentare di riparare un rapporto. Non devi però supplicare qualcuno affinché ti scelga. L’amore ottenuto attraverso pressione, umiliazione o inseguimento continuo non è una relazione: è dipendenza dall’approvazione.

Se l’interesse non è reciproco, accetta il dato. Fa male, ma la realtà è meno distruttiva di una speranza alimentata unilateralmente. Conservare dignità non significa diventare freddo; significa non consegnare la tua autostima alla risposta di un’altra persona.

Un no non stabilisce quanto vali. Stabilisce soltanto che quel legame, in quella forma e in quel momento, non è condiviso.

2.5 – Se non sei invitato, non chiedere di partecipare.

Non forzarti dentro programmi dai quali sei stato escluso. Chiedere una volta se si sia trattato di una dimenticanza può essere ragionevole, specialmente tra amici stretti o in un contesto organizzativo confuso. Insistere, fare pressione o cercare un invito per pietà, invece, ti mette in una posizione umiliante.

Osserva i comportamenti. Se vieni escluso abitualmente, forse quel gruppo non è il tuo ambiente. Investi in persone che ricambiano la tua presenza e crea tu occasioni nelle quali gli altri siano accolti con sincerità.

Non trasformare però questa regola in orgoglio permaloso. A volte nessuno ti sta rifiutando: l’evento è ristretto, privato o semplicemente non pensato per te. La maturità evita sia di implorare sia di immaginare offese ovunque.

2.6 – Allenati con regolarità.

La formula originale suggerisce almeno quattro allenamenti alla settimana. Può essere un ottimo ritmo per molte persone, ma non è un numero magico e non è adatto indistintamente a ogni età, condizione clinica o livello di preparazione.

Le indicazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità invitano gli adulti a svolgere ogni settimana da 150 a 300 minuti di attività aerobica moderata, oppure da 75 a 150 minuti di attività intensa, aggiungendo esercizi di rafforzamento muscolare per i principali gruppi muscolari in almeno due giorni.

Il principio giusto è la continuità. Costruisci un programma che includa forza, capacità cardiovascolare, mobilità e recupero. Parti dal tuo livello reale e, se hai patologie, dolori persistenti o sei rimasto inattivo a lungo, valuta il percorso con un professionista sanitario.

Allenarti non serve soltanto a migliorare l’aspetto. Ti insegna a mantenere un impegno anche quando l’entusiasmo è basso.

2.7 – Mantieni il contatto visivo durante una conversazione.

Guardare l’interlocutore segnala attenzione e sicurezza. Non significa fissarlo senza tregua: uno sguardo naturale si alterna, lascia respirare e accompagna l’ascolto. Lo scopo è esserci, non intimidire.

Anche qui esistono differenze culturali, personali e legate alla neurodiversità. Il rispetto non si misura con un cronometro. Se per te il contatto visivo è difficile, puoi comunque mostrare presenza evitando di controllare continuamente il telefono, orientando il corpo verso chi parla e rispondendo a ciò che hai davvero ascoltato.

La qualità di una conversazione dipende meno dalla posa e più dall’attenzione autentica.

2.8 – Rimani sempre uno studente.

Quando pensi di non avere più nulla da imparare, hai già iniziato a peggiorare. Essere studente non significa accumulare corsi, titoli o citazioni. Significa mantenere la disponibilità a correggerti, fare domande e cambiare metodo davanti a prove migliori.

Leggi persone con cui non sei d’accordo. Impara un mestiere, una lingua, una disciplina fisica o una competenza pratica. Chiedi a chi ne sa più di te e non fingere di aver capito per proteggere l’ego.

La riflessione su che cosa significhi essere un uomo parte anche da qui: la solidità maschile non è immobilità, ma capacità di crescere senza perdere il proprio centro.

2.9 – Impara dagli errori degli altri.

L’esperienza personale è una grande maestra, ma presenta conti costosi. Non devi subire ogni fallimento in prima persona per comprenderne le conseguenze. Osserva chi ha distrutto una relazione per orgoglio, chi si è indebitato per apparire, chi ha trascurato la salute e chi ha sacrificato anni a un’abitudine che non portava da nessuna parte.

Non usare gli errori altrui per sentirti superiore. Analizzali con rispetto:

  • quale decisione ha avviato il problema;
  • quali segnali sono stati ignorati;
  • quale giustificazione ha permesso di continuare;
  • che cosa puoi fare oggi per non ripetere lo stesso percorso.

La saggezza consiste anche nel pagare una lezione con attenzione anziché con sofferenza evitabile.

2.10 – Diventa migliore dell’uomo che eri ieri.

Il confronto continuo con gli altri produce due risultati inutili: vanità quando ti senti avanti e frustrazione quando ti senti indietro. Il confronto più onesto è con la tua versione precedente.

Non devi rivoluzionare la vita ogni mattina. Devi cercare progressi verificabili: una promessa mantenuta, una telefonata difficile finalmente fatta, dieci minuti di allenamento in più, una spesa evitata, una reazione impulsiva trattenuta, una pagina studiata.

Migliorare non significa disprezzare chi eri. Quell’uomo ha fatto ciò che poteva con gli strumenti che aveva. Il tuo compito è non usare il passato come alibi per restare identico.

3 – Trasforma le regole in un sistema personale.

Una regola che ricordi soltanto quando tutto va bene serve a poco. Scegline una per volta e trasformala in un comportamento osservabile. Puoi scrivere un limite di spesa, programmare gli allenamenti, stabilire che non rincorrerai chi non ricambia o dedicare ogni giorno un tempo preciso allo studio.

Alla fine della settimana chiediti:

  • che cosa avevi promesso di fare;
  • che cosa hai fatto davvero;
  • quale ostacolo ti ha fermato;
  • quale modifica concreta applicherai nei prossimi sette giorni.

La disciplina non nasce da una personalità speciale. Nasce da accordi semplici con te stesso, rispettati abbastanza a lungo da diventare identità.

4 – Costruiamo insieme il prossimo passo.

Se vuoi trasformare questi principi in decisioni concrete per la tua vita personale o relazionale, telefona allo 059 761926 e concorda un primo incontro con me, disponibile anche a distanza.

Per altre riflessioni dedicate alla vita interiore, puoi seguire anche terre dell’anima.

Quale di queste regole trovi più utile, e quale contesteresti? Raccontamelo nei commenti o lasciami una domanda: rispondo sempre con piacere.

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Femminocrazia il libro che sfida il femminismo

1) Un libro che sceglie subito il conflitto.

Femminocrazia. Come e perché il femminismo danneggia tutti, di Roberto Lobosco, è un saggio pubblicato nel 2026 da Passaggio al Bosco, nella collana Bastian contrari. Ha 256 pagine, una prefazione di Francesca Totolo e il codice ISBN 9791254622346.

Già dal titolo si capisce che non vuole essere un manuale neutrale né una ricostruzione accademica delle diverse correnti femministe. È un libro di battaglia culturale: formula un’accusa, provoca il lettore e prova a rovesciare la prospettiva oggi più diffusa nel discorso pubblico.

Questa recensione riguarda precisamente tale impianto, ricostruito attraverso la presentazione editoriale e i materiali pubblicamente disponibili. Non attribuisco al volume argomenti o passaggi che non ho potuto verificare.

2) Che cosa significa «femminocrazia».

Lobosco non usa il termine per descrivere banalmente un governo composto da donne. La «femminocrazia» sarebbe, nella sua tesi, un sistema culturale capace di stabilire in anticipo chi può essere considerato vittima, chi deve essere guardato con sospetto e quali sofferenze meritano ascolto.

Il bersaglio, dunque, non sono le donne. È un’ideologia che pretende di rappresentarle tutte e che, secondo l’autore, finisce per danneggiare anche loro. Il libro mette sotto accusa la demonizzazione del maschile, la crisi della famiglia, l’uso politico della violenza, l’educazione affettiva trasformata in rieducazione ideologica e una promessa di emancipazione che rischierebbe di produrre isolamento anziché libertà.

È una distinzione essenziale. Criticare il femminismo non significa odiare le donne, così come difendere la dignità maschile non comporta negare violenze e discriminazioni reali subite dalle donne.

3) Il punto più forte: rompere l’asimmetria morale.

Il pregio maggiore del libro sta nella domanda che obbliga a porre: perché la sofferenza maschile viene così spesso minimizzata, ridicolizzata o considerata politicamente sconveniente?

Quando un uomo perde i figli, subisce violenza nella coppia, viene manipolato o vive un’accusa ingiusta, la sua storia non diventa meno vera per il solo fatto che il racconto dominante non sa dove collocarla. Ne ho parlato anche a proposito degli uomini uccisi dalle partner: riconoscere queste vittime non sottrae nulla alle altre, ma rende la giustizia meno selettiva.

Lo stesso vale nella vita privata. Un uomo non deve chiedere il permesso per stabilire quali idee ritenga incompatibili con un progetto familiare. Nel caso discusso in Difendere Lindsay Clancy può chiudere una relazione ho sostenuto proprio questo: donne e uomini sono liberi di scegliere il partner anche sulla base dei suoi valori, purché non confondano la libertà di scelta con il diritto di controllare l’altro.

4) La complementarità contro la guerra tra i sessi.

La proposta positiva del saggio sembra essere una riscoperta della complementarità. Uomo e donna non sarebbero eserciti contrapposti, né individui intercambiabili in ogni aspetto: sono persone di pari dignità, con differenze che possono diventare cooperazione, responsabilità e continuità.

Questa parte è convincente quando rifiuta insieme il disprezzo misogino e il disprezzo misandrico. Una cultura sana non ha bisogno di umiliare un sesso per restituire dignità all’altro. Ha bisogno di adulti capaci di assumersi responsabilità, porre limiti e costruire legami.

È una direzione coerente con la riflessione su come essere un uomo: la mascolinità non si recupera attraverso il rancore, ma con presenza, affidabilità e capacità di proteggere senza dominare.

5) Dove la tesi rischia di essere troppo larga.

Proprio perché il libro affronta un tema importante, bisogna evitare che una parola molto ampia come «femminismo» diventi un contenitore unico. Esistono movimenti, epoche e posizioni differenti; trattarli come un blocco perfettamente omogeneo può indebolire anche le critiche fondate.

C’è poi un rischio speculare: denunciare la guerra contro gli uomini usando un linguaggio che alimenta una nuova guerra contro le donne. Sarebbe una contraddizione. La critica è più solida quando distingue persone, idee, istituzioni e singole decisioni; lo è meno quando trasforma un’intera categoria umana nel colpevole collettivo.

Per questo considero Femminocrazia soprattutto un libro da interrogare, non un catechismo da ripetere. Le sue domande meritano spazio; le sue risposte, come tutte le tesi forti, devono restare aperte al confronto con dati, casi concreti e obiezioni.

6) La mia valutazione.

Il giudizio complessivo è positivo, con una riserva sul metodo. È utile che qualcuno contesti apertamente i doppi standard e ricordi che i diritti degli uomini non sono un favore concesso da chi domina il discorso pubblico. È altrettanto utile sostenere che una donna non coincide con il femminismo e che può rifiutarne le versioni più ideologiche senza rinunciare alla propria libertà.

Il libro appare meno persuasivo quando il tono polemico rischia di anticipare la dimostrazione. Una denuncia culturale, per incidere davvero, deve indicare con precisione norme, statistiche, incentivi e comportamenti, distinguendo ciò che è sistematico da ciò che è soltanto episodico.

In sintesi, Femminocrazia ha il merito di entrare in una stanza nella quale molti preferiscono non parlare. Non sarà una lettura comoda e non pretende di esserlo. Vale soprattutto come invito a verificare se l’uguaglianza proclamata venga applicata anche quando a chiedere ascolto, tutela o comprensione è un uomo.

7) A chi può servire questa lettura.

Il volume può interessare:

  • agli uomini che avvertono una distanza tra la retorica pubblica e la propria esperienza;
  • alle donne che non si riconoscono nell’idea di un conflitto permanente tra i sessi;
  • a chi critica queste tesi ma vuole confrontarsi con la loro formulazione più netta;
  • a chi cerca un saggio polemico da discutere, non un testo neutrale da consultare.

Non lo consiglierei a chi desidera soltanto sentirsi confermare che tutti gli uomini sono innocenti o tutte le donne colpevoli: non è questa la strada per restituire dignità al maschile.

8) Il risultato più utile: tornare alla responsabilità individuale.

La categoria del sesso non deve cancellare la persona. Una donna può essere vittima o responsabile; lo stesso vale per un uomo. Un’idea va giudicata per i suoi effetti e per la qualità degli argomenti, non per l’identità di chi la esprime.

Questa è, a mio avviso, la conseguenza più feconda del libro: uscire dai copioni automatici. Nessuno deve essere creduto o condannato in base al sesso; nessuno deve essere protetto dalle conseguenze delle proprie azioni per appartenenza a una categoria considerata moralmente superiore.

La parità autentica comincia quando applichiamo a tutti lo stesso metro, conservando attenzione per le differenze reali ma rinunciando ai privilegi narrativi.

9) Dove cercare il libro.

Quello seguente è un link affiliato: se acquisti attraverso di esso potrei ricevere una piccola commissione, senza alcun sovrapprezzo per te. Disponibilità e prezzo possono cambiare, quindi controllali direttamente nella pagina di Amazon.

10) Porta il confronto nella tua vita concreta.

Se questi temi toccano una difficoltà familiare o relazionale che stai vivendo, telefona allo 059 761926 per concordare un primo incontro con me, che può svolgersi anche a distanza.

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Autostima maschile quando il desiderio si spegne

1) Il desiderio maschile non è un interruttore.

Si parla spesso del desiderio maschile come se fosse automatico, costante e sempre disponibile. È uno stereotipo comodo, ma falso. Un uomo può attraversare periodi nei quali l’interesse sessuale diminuisce, si presenta soltanto in certe condizioni oppure sembra scomparire. Non significa necessariamente che non ami più la partner, che desideri un’altra persona o che ci sia qualcosa di irrimediabilmente rotto.

Il desiderio nasce dall’incontro di molti fattori. Una revisione sistematica sul desiderio sessuale maschile descrive una combinazione di elementi biologici, psicologici, sessuali, relazionali e culturali. Depressione, ansia, conflitti, comunicazione, attrazione, soddisfazione, salute e modelli di mascolinità possono concorrere in modi diversi.

L’autostima conta, dunque, ma non è l’unica manopola da girare. Ridurre ogni calo del desiderio a una scarsa fiducia in se stessi sarebbe semplicistico quanto attribuirlo sempre al testosterone.

2) Dove entra in gioco l’autostima maschile.

L’intimità richiede di esporsi. Nel sesso non mostri soltanto il corpo: mostri desideri, esitazioni, sensibilità e bisogno dell’altra persona. Se ti senti inadeguato, giudicato o privo di valore, questa esposizione può diventare faticosa. La mente comincia a proteggersi proprio dalla situazione nella quale teme di fallire.

L’insicurezza non riguarda solo l’aspetto fisico. Può nascere da un licenziamento, da difficoltà economiche, da un conflitto familiare, da un cambiamento del corpo, da un insuccesso professionale o dalla sensazione di non corrispondere all’immagine dell’uomo che “deve sempre farcela”. Il problema esterno entra nella camera da letto perché modifica il modo in cui ti percepisci.

Questa connessione non implica che ogni uomo insicuro perda il desiderio. Significa piuttosto che, per alcuni, la svalutazione personale rende più difficile sentirsi liberi, presenti e disponibili all’incontro.

3) Autostima generale e autostima sessuale non coincidono.

Puoi essere competente nel lavoro e sentirti fragile nell’intimità. Puoi avere un buon rapporto con il tuo corpo e temere comunque di non soddisfare la partner. È utile distinguere l’autostima generale dall’autostima sessuale: la seconda riguarda il modo in cui valuti te stesso come persona desiderabile, capace di dare e ricevere piacere e libera di comunicare ciò che sente.

In un ampio studio su uomini di 45 anni, una maggiore autostima sessuale risultava associata a una minore probabilità di riferire scarso desiderio. Lo studio sui fattori associati al basso desiderio non prova che l’una causi direttamente l’altro, ma conferma che il legame merita attenzione insieme a problemi erettili, condizioni fisiche e abitudini di vita.

La parola importante è “associazione”. Il desiderio può influenzare l’autostima e l’autostima può influenzare il desiderio. Spesso non esiste un’unica direzione.

4) L’ansia da prestazione crea un circolo vizioso.

Quando l’intimità diventa un esame, l’attenzione si sposta dalle sensazioni al controllo. Invece di vivere il momento, cominci a sorvegliarti: avrò desiderio, riuscirò ad avere un’erezione, durerò abbastanza, deluderò la partner? Più controlli la risposta del corpo, più aumenta la tensione; più aumenta la tensione, più diventa difficile lasciarsi andare.

Un episodio occasionale viene allora interpretato come una sentenza: “non funziono”. Al tentativo successivo arrivi già in allarme. L’eventuale nuova difficoltà sembra confermare il giudizio negativo e abbassa ulteriormente la fiducia. La letteratura clinica considera l’ansia da prestazione sessuale un fenomeno complesso, collegato ai problemi sessuali ma non riducibile a una sola spiegazione.

Per spezzare il circuito devi smettere di considerare ogni incontro una verifica della tua virilità. Il sesso non è una prova atletica e il desiderio non è un certificato di valore personale.

5) Prima di accusare la mente, controlla anche il corpo.

Un calo persistente del desiderio non va affrontato soltanto con frasi motivazionali. Può essere collegato a stress, ansia, depressione, problemi di coppia, difficoltà erettili, alcol, farmaci o condizioni come diabete, malattie cardiache e disturbi della tiroide. Anche gli ormoni possono avere un ruolo, ma la loro valutazione richiede sintomi, visita ed eventuali esami: non basta riconoscersi in un video online.

Il servizio sanitario britannico sulle cause del calo della libido raccomanda di rivolgersi a un medico quando il problema preoccupa, persiste oppure potrebbe dipendere da una terapia farmacologica. È un’indicazione di buon senso: prima di costruire una teoria sul tuo carattere, escludi le cause che richiedono un intervento sanitario.

Non sospendere farmaci di tua iniziativa e non iniziare terapie ormonali o rimedi fai-da-te sulla base di una pubblicità. Curare la causa corretta è molto diverso dal comprare una promessa.

6) Il silenzio trasforma una difficoltà in distanza.

Molti uomini non parlano del calo del desiderio perché temono di perdere credibilità. La partner, lasciata senza spiegazioni, può interpretare il ritiro come rifiuto, tradimento o mancanza d’amore. A quel punto crescono tensione e risentimento, proprio le condizioni che possono ridurre ulteriormente il desiderio.

Parlarne non significa consegnare all’altra persona la responsabilità di guarirti. Significa darle informazioni vere per non costringerla a riempire il vuoto con le proprie paure. Puoi dire: “In questo periodo mi sento sotto pressione e faccio fatica a essere presente; non è un giudizio su di te e voglio capire che cosa sta succedendo”.

Anche la reazione della partner conta. Derisione, ricatti, confronti umilianti e pressioni non aiutano. L’intimità richiede consenso e rispetto da entrambe le parti: nessun uomo deve dimostrare il proprio amore rendendosi sessualmente disponibile quando non lo desidera.

7) Come ricostruire sicurezza senza fingere.

Io partirei da azioni piccole e verificabili, non dall’ordine astratto di “avere più autostima”. Puoi cominciare così:

  • osserva quando il desiderio diminuisce e che cosa stava accadendo nelle ore o nei giorni precedenti;
  • separa il desiderio dall’erezione e la qualità dell’incontro dalla prestazione;
  • riduci il confronto con pornografia, racconti degli amici e modelli irrealistici di mascolinità;
  • cura sonno, movimento, consumo di alcol e recupero dallo stress;
  • parla con la partner senza aspettare che il problema diventi una crisi;
  • chiedi una valutazione medica o psicologica quando la difficoltà persiste.

L’obiettivo non è obbligarti ad avere voglia. È creare le condizioni nelle quali il corpo e la mente possano tornare a rispondere senza minaccia, vergogna e giudizio.

8) Quando è opportuno chiedere aiuto.

Non esiste una frequenza “giusta” del desiderio valida per tutti. Conta il cambiamento rispetto al tuo equilibrio abituale e il disagio che produce. Una valutazione professionale diventa particolarmente utile quando il calo è improvviso, dura nel tempo, genera sofferenza nella coppia, si accompagna a difficoltà erettili, stanchezza marcata, dolore, depressione o altri sintomi fisici e psicologici.

Il primo interlocutore può essere il medico di base, che valuterà la situazione complessiva e gli eventuali approfondimenti. A seconda delle cause possono essere utili un andrologo, un urologo, uno psicologo, uno psicoterapeuta o un professionista con formazione in sessuologia.

Chiedere aiuto non conferma che sei inadeguato. Dimostra che hai smesso di usare il silenzio come unica strategia.

9) Un’identità maschile più solida.

Nel post Come essere un uomo? ho scritto che un uomo ammette i propri errori, affronta i problemi e non cerca continuamente convalida dagli altri. Questa idea vale anche nell’intimità, purché non venga scambiata per l’obbligo di essere invulnerabili.

La solidità non consiste nel funzionare sempre. Consiste nel non mentire a te stesso, nel non colpevolizzare automaticamente la partner e nel cercare la causa reale di ciò che stai vivendo. L’autostima cresce quando ti tratti come una persona da comprendere e responsabilizzare, non come una macchina difettosa.

Il desiderio maschile può cambiare. Il tuo valore no. Ma proprio perché hai valore, meriti di occuparti seriamente di un disagio che interferisce con la salute, la relazione o la qualità della vita.

10) Passa all’azione.

Per il tuo appuntamento con me, chiama il numero 059 761926 e concorda il tuo primo incontro, anche a distanza.

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Hai vissuto un periodo simile o vuoi approfondire un passaggio? Lascia un commento: rispondo volentieri e senza giudizio.

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Come essere un uomo?

Un uomo provvede alla sua famiglia. Fornisce riparo, cibo, libertà, tranquillità, sicurezza, amore, compassione, guida e comprensione.

Un uomo protegge la sua mente, un uomo è gentile ed è pericoloso insieme, un uomo guida come un leader, affronta e risolve i problemi.

Un uomo ammette i suoi errori e fa le cose per bene, cerca sempre di fare la cosa giusta.

Un uomo mostra rispetto per gli altri e richiede rispetto attraverso le sue azioni e il suo carattere, non cerca convalida o approvazione dagli altri, ma si limita a fare quello che ritiene giusto. Un uomo sa distinguere il bene dal male. E sa fare la cosa giusta in pubblico e in privato.

Un uomo non ha paura di sostenere le proprie idee e si farà avanti anche in pubblico per parlare.

Un uomo è emotivamente disciplinato. Non reagisce, piuttosto risponde a una situazione.

Un uomo ascolta autenticamente gli altri e non aspetta solo che venga il proprio turno di parlare.

Un uomo ha una mentalità aperta, ma non sarà deciso ad andare contro a qualsiasi cosa che violi i suoi valori. Un uomo promuove la pace e incoraggia gli altri a cercare la pace. Ma, che Dio ti aiuti, se cadi sotto la sua giusta e legittima violenza per difendere ciò che ama e ciò in cui crede.

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Houston, abbiamo un problema…

«This is ground control to Major Tom…»

La Cristoforetti capa della stazione spaziale mi fa venire in mente
quella volta in cui prestai la mia cabrio col cambio automatico ad una
donna, di cui é giusto e pio tacere il nome, per andare e tornare da
Vignola a Castello di Serravalle.

La macchina mi fu riconsegnata con un ringraziamento, un sorriso e la
garbata e divertita osservazione per cui, al ritorno, «faceva un
rumorino».

Sul momento non ci pensai, anche perché c’era altro da fare.

Riprendendo la macchina il giorno dopo, notai invece quello che era successo.

Il cambio era stato spostato in modalità manuale – cosa possibile,
anche se per lo più inutile, in molti cambi automatici – e messo in
prima.

Il «rumorino» era il motore imballato fuori giri viaggiando a 60/70 km
all’ora in prima da Serravalle a Vignola.

Questo mi ha fatto capire che non c’è problema meccanico, elettrico, elettronico o di diverso genere così grande che una donna non possa mai completamente ignorare.

Oggi mi chiedo: chissà se le stazioni spaziali hanno un cambio, se è
automatico e, ancora, se é possibile passarlo in manuale…

«Houston, abbiamo un problema»

Conclusioni

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