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Autostima maschile quando il desiderio si spegne

1) Il desiderio maschile non è un interruttore.

Si parla spesso del desiderio maschile come se fosse automatico, costante e sempre disponibile. È uno stereotipo comodo, ma falso. Un uomo può attraversare periodi nei quali l’interesse sessuale diminuisce, si presenta soltanto in certe condizioni oppure sembra scomparire. Non significa necessariamente che non ami più la partner, che desideri un’altra persona o che ci sia qualcosa di irrimediabilmente rotto.

Il desiderio nasce dall’incontro di molti fattori. Una revisione sistematica sul desiderio sessuale maschile descrive una combinazione di elementi biologici, psicologici, sessuali, relazionali e culturali. Depressione, ansia, conflitti, comunicazione, attrazione, soddisfazione, salute e modelli di mascolinità possono concorrere in modi diversi.

L’autostima conta, dunque, ma non è l’unica manopola da girare. Ridurre ogni calo del desiderio a una scarsa fiducia in se stessi sarebbe semplicistico quanto attribuirlo sempre al testosterone.

2) Dove entra in gioco l’autostima maschile.

L’intimità richiede di esporsi. Nel sesso non mostri soltanto il corpo: mostri desideri, esitazioni, sensibilità e bisogno dell’altra persona. Se ti senti inadeguato, giudicato o privo di valore, questa esposizione può diventare faticosa. La mente comincia a proteggersi proprio dalla situazione nella quale teme di fallire.

L’insicurezza non riguarda solo l’aspetto fisico. Può nascere da un licenziamento, da difficoltà economiche, da un conflitto familiare, da un cambiamento del corpo, da un insuccesso professionale o dalla sensazione di non corrispondere all’immagine dell’uomo che “deve sempre farcela”. Il problema esterno entra nella camera da letto perché modifica il modo in cui ti percepisci.

Questa connessione non implica che ogni uomo insicuro perda il desiderio. Significa piuttosto che, per alcuni, la svalutazione personale rende più difficile sentirsi liberi, presenti e disponibili all’incontro.

3) Autostima generale e autostima sessuale non coincidono.

Puoi essere competente nel lavoro e sentirti fragile nell’intimità. Puoi avere un buon rapporto con il tuo corpo e temere comunque di non soddisfare la partner. È utile distinguere l’autostima generale dall’autostima sessuale: la seconda riguarda il modo in cui valuti te stesso come persona desiderabile, capace di dare e ricevere piacere e libera di comunicare ciò che sente.

In un ampio studio su uomini di 45 anni, una maggiore autostima sessuale risultava associata a una minore probabilità di riferire scarso desiderio. Lo studio sui fattori associati al basso desiderio non prova che l’una causi direttamente l’altro, ma conferma che il legame merita attenzione insieme a problemi erettili, condizioni fisiche e abitudini di vita.

La parola importante è “associazione”. Il desiderio può influenzare l’autostima e l’autostima può influenzare il desiderio. Spesso non esiste un’unica direzione.

4) L’ansia da prestazione crea un circolo vizioso.

Quando l’intimità diventa un esame, l’attenzione si sposta dalle sensazioni al controllo. Invece di vivere il momento, cominci a sorvegliarti: avrò desiderio, riuscirò ad avere un’erezione, durerò abbastanza, deluderò la partner? Più controlli la risposta del corpo, più aumenta la tensione; più aumenta la tensione, più diventa difficile lasciarsi andare.

Un episodio occasionale viene allora interpretato come una sentenza: “non funziono”. Al tentativo successivo arrivi già in allarme. L’eventuale nuova difficoltà sembra confermare il giudizio negativo e abbassa ulteriormente la fiducia. La letteratura clinica considera l’ansia da prestazione sessuale un fenomeno complesso, collegato ai problemi sessuali ma non riducibile a una sola spiegazione.

Per spezzare il circuito devi smettere di considerare ogni incontro una verifica della tua virilità. Il sesso non è una prova atletica e il desiderio non è un certificato di valore personale.

5) Prima di accusare la mente, controlla anche il corpo.

Un calo persistente del desiderio non va affrontato soltanto con frasi motivazionali. Può essere collegato a stress, ansia, depressione, problemi di coppia, difficoltà erettili, alcol, farmaci o condizioni come diabete, malattie cardiache e disturbi della tiroide. Anche gli ormoni possono avere un ruolo, ma la loro valutazione richiede sintomi, visita ed eventuali esami: non basta riconoscersi in un video online.

Il servizio sanitario britannico sulle cause del calo della libido raccomanda di rivolgersi a un medico quando il problema preoccupa, persiste oppure potrebbe dipendere da una terapia farmacologica. È un’indicazione di buon senso: prima di costruire una teoria sul tuo carattere, escludi le cause che richiedono un intervento sanitario.

Non sospendere farmaci di tua iniziativa e non iniziare terapie ormonali o rimedi fai-da-te sulla base di una pubblicità. Curare la causa corretta è molto diverso dal comprare una promessa.

6) Il silenzio trasforma una difficoltà in distanza.

Molti uomini non parlano del calo del desiderio perché temono di perdere credibilità. La partner, lasciata senza spiegazioni, può interpretare il ritiro come rifiuto, tradimento o mancanza d’amore. A quel punto crescono tensione e risentimento, proprio le condizioni che possono ridurre ulteriormente il desiderio.

Parlarne non significa consegnare all’altra persona la responsabilità di guarirti. Significa darle informazioni vere per non costringerla a riempire il vuoto con le proprie paure. Puoi dire: “In questo periodo mi sento sotto pressione e faccio fatica a essere presente; non è un giudizio su di te e voglio capire che cosa sta succedendo”.

Anche la reazione della partner conta. Derisione, ricatti, confronti umilianti e pressioni non aiutano. L’intimità richiede consenso e rispetto da entrambe le parti: nessun uomo deve dimostrare il proprio amore rendendosi sessualmente disponibile quando non lo desidera.

7) Come ricostruire sicurezza senza fingere.

Io partirei da azioni piccole e verificabili, non dall’ordine astratto di “avere più autostima”. Puoi cominciare così:

  • osserva quando il desiderio diminuisce e che cosa stava accadendo nelle ore o nei giorni precedenti;
  • separa il desiderio dall’erezione e la qualità dell’incontro dalla prestazione;
  • riduci il confronto con pornografia, racconti degli amici e modelli irrealistici di mascolinità;
  • cura sonno, movimento, consumo di alcol e recupero dallo stress;
  • parla con la partner senza aspettare che il problema diventi una crisi;
  • chiedi una valutazione medica o psicologica quando la difficoltà persiste.

L’obiettivo non è obbligarti ad avere voglia. È creare le condizioni nelle quali il corpo e la mente possano tornare a rispondere senza minaccia, vergogna e giudizio.

8) Quando è opportuno chiedere aiuto.

Non esiste una frequenza “giusta” del desiderio valida per tutti. Conta il cambiamento rispetto al tuo equilibrio abituale e il disagio che produce. Una valutazione professionale diventa particolarmente utile quando il calo è improvviso, dura nel tempo, genera sofferenza nella coppia, si accompagna a difficoltà erettili, stanchezza marcata, dolore, depressione o altri sintomi fisici e psicologici.

Il primo interlocutore può essere il medico di base, che valuterà la situazione complessiva e gli eventuali approfondimenti. A seconda delle cause possono essere utili un andrologo, un urologo, uno psicologo, uno psicoterapeuta o un professionista con formazione in sessuologia.

Chiedere aiuto non conferma che sei inadeguato. Dimostra che hai smesso di usare il silenzio come unica strategia.

9) Un’identità maschile più solida.

Nel post Come essere un uomo? ho scritto che un uomo ammette i propri errori, affronta i problemi e non cerca continuamente convalida dagli altri. Questa idea vale anche nell’intimità, purché non venga scambiata per l’obbligo di essere invulnerabili.

La solidità non consiste nel funzionare sempre. Consiste nel non mentire a te stesso, nel non colpevolizzare automaticamente la partner e nel cercare la causa reale di ciò che stai vivendo. L’autostima cresce quando ti tratti come una persona da comprendere e responsabilizzare, non come una macchina difettosa.

Il desiderio maschile può cambiare. Il tuo valore no. Ma proprio perché hai valore, meriti di occuparti seriamente di un disagio che interferisce con la salute, la relazione o la qualità della vita.

10) Passa all’azione.

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Difendere Lindsay Clancy può chiudere una relazione

1) Che cosa è successo ai figli di Lindsay Clancy.

Il 24 gennaio 2023 Lindsay Clancy uccise i suoi tre figli nella casa di famiglia a Duxbury, nello Stato americano del Massachusetts. Cora aveva cinque anni, Dawson tre e Callan otto mesi. I bambini furono strangolati con fasce elastiche da esercizio. Subito dopo, la madre tentò di togliersi la vita gettandosi da una finestra e rimase paralizzata dalla vita in giù.

Il processo è in corso mentre scrivo. Lindsay Clancy si è dichiarata non colpevole delle accuse di omicidio. Accusa e difesa concordano sul fatto materiale che sia stata lei a uccidere i bambini; il punto discusso davanti alla giuria è se, in quel momento, fosse penalmente responsabile delle proprie azioni.

La difesa sostiene che soffrisse di psicosi postpartum, aggravata da depressione, disturbo bipolare e trattamenti farmacologici inadeguati. L’accusa sostiene invece che avesse pianificato gli omicidi, facendo uscire il marito di casa con un pretesto, e che sapesse distinguere il bene dal male. Come risulta dalla cronaca aggiornata del processo, saranno i giurati a valutare testimonianze, perizie e responsabilità penale.

Questo va ricordato per non sostituirsi al tribunale. Ma va ricordato anche un altro dato, che nessuna discussione sulla diagnosi può cancellare: tre bambini sono morti e un padre li ha trovati senza vita.

2) La psicosi postpartum è una vera emergenza.

La psicosi postpartum non è tristezza, stanchezza o semplice depressione dopo il parto. È una patologia rara e grave che può comportare deliri, allucinazioni, mania, confusione e perdita del contatto con la realtà. Secondo il servizio sanitario britannico, colpisce circa una madre ogni mille e deve essere trattata come un’emergenza medica.

Prendere sul serio questa malattia significa riconoscerne i sintomi, intervenire subito e proteggere sia la madre sia i figli. Non significa però diagnosticare a distanza una persona perché la sua vicenda è diventata virale. Nel processo Clancy, esperti della difesa e dell’accusa hanno espresso conclusioni diverse: per alcuni era psicotica e incapace di comprendere la gravità delle proprie azioni; per altri soffriva di una depressione severa, ma conservava la capacità di controllarsi e capire che cosa fosse giusto o sbagliato.

La compassione e la responsabilità non sono concetti incompatibili. Puoi sostenere che una persona gravemente malata debba ricevere cure adeguate e, nello stesso tempo, rifiutare che una diagnosi ipotizzata diventi uno slogan con cui mettere in secondo piano le vittime.

3) Che cosa significa davvero “sostenere Lindsay Clancy”.

Attorno al processo è nato un movimento di sostegno. Centinaia di persone, soprattutto donne vestite di rosa, si sono riunite davanti al tribunale con messaggi dedicati a Clancy e alla salute mentale materna. Sui social, però, la parola “sostegno” viene usata per posizioni molto diverse.

C’è chi chiede servizi migliori per la salute mentale perinatale, chi vuole che la difesa psichiatrica sia valutata seriamente e chi manifesta umana pietà per una donna distrutta. Queste posizioni sono legittime e non equivalgono necessariamente a giustificare l’uccisione dei bambini.

Ma c’è anche chi sembra concedere alla madre un’innocenza morale automatica, prima del verdetto, oppure tratta i tre figli come una nota a margine della sofferenza adulta. È qui che molti uomini vedono qualcosa di profondamente inquietante. Se la persona con cui pensi di avere figli mostra una gerarchia morale nella quale la madre merita comprensione incondizionata mentre i bambini scompaiono dal racconto, non stai discutendo di una sfumatura politica: stai scoprendo una differenza radicale su protezione, responsabilità e valore della vita.

4) Quegli uomini fanno bene a lasciare.

Circolano racconti di uomini che avrebbero interrotto la relazione con fidanzate schierate in difesa di Lindsay Clancy. Non esistono dati affidabili per stabilire quanti siano, quindi non ha senso presentare il fenomeno come una tendenza misurata. Il principio, tuttavia, resta chiarissimo: se un uomo ascolta la posizione della compagna e la considera incompatibile con i propri valori, fa benissimo a lasciarla.

Una relazione sentimentale non è un posto di lavoro, un servizio pubblico o un tribunale. Nessuno possiede il diritto alla permanenza dell’altro. Per stare insieme occorrono fiducia, stima e una visione sufficientemente comune delle questioni fondamentali. La sicurezza dei figli è certamente una di queste.

Un uomo che immagina quella donna come possibile madre dei propri bambini ha il diritto di domandarsi come ragionerebbe davanti a una crisi familiare, a un disturbo psichico o a un pericolo. Se la risposta lo spaventa, non è obbligato ad aspettare una gravidanza per verificare se i suoi timori fossero fondati. Andarsene prima è più prudente, più onesto e perfino più rispettoso che costruire una famiglia sopra un’incompatibilità già visibile.

5) Anche gli uomini possono avere preferenze e limiti.

Da anni si dice giustamente alle donne di osservare i segnali d’allarme, scegliere con cura il partner e interrompere una relazione quando emergono valori incompatibili. Lo stesso diritto appartiene agli uomini. Non serve che la ragione della rottura sia approvata da un comitato esterno: basta che riguardi un limite autentico e non venga trasformata in violenza, minaccia o persecuzione.

Una donna può non volere un uomo che sostiene una certa causa, che ha una determinata idea della famiglia o che reagisce in un certo modo a un fatto di cronaca. Un uomo può fare esattamente lo stesso. La libertà affettiva comprende la libertà di scegliere, di rifiutare e di cambiare idea. La parità non consiste nel riconoscere preferenze soltanto a un sesso.

Questo non significa che ogni divergenza richieda una separazione. Significa che ciascuno decide quali differenze può accogliere e quali distruggono la stima necessaria per continuare. Se per te la difesa incondizionata di una madre che ha ucciso i propri figli è un limite invalicabile, hai pieno diritto di considerarla tale.

6) Comprendere non vuol dire assolvere automaticamente.

Il marito di Lindsay Clancy ha dichiarato di averla perdonata e di considerarla malata, non malvagia. È una scelta umana che appartiene a lui, segnata da un dolore che nessun estraneo può misurare. Proprio lo stesso principio impone di rispettare l’uomo che, osservando quella vicenda e la reazione della propria compagna, decide invece di non voler proseguire la relazione.

Non puoi invocare la libertà di Clancy, dei suoi sostenitori o del marito e poi negare la libertà di chi trae conclusioni diverse. La comprensione non può essere imposta. Il perdono non è un tributo dovuto. E l’amore non è un contratto irrevocabile che obbliga a restare quando viene meno la fiducia nel carattere dell’altro.

La vera maturità sta nel sostenere contemporaneamente tre verità: la psicosi postpartum esiste ed è un’emergenza; la responsabilità penale di Clancy deve essere decisa sulla base delle prove; tre bambini innocenti sono le vittime centrali di questa storia.

7) Prima dei figli bisogna parlare delle cose difficili.

Molte coppie discutono di casa, matrimonio e nomi dei futuri bambini, ma evitano le domande scomode. Un caso estremo come questo può diventare l’occasione per capire davvero chi hai accanto. Prima di costruire una famiglia, prova a confrontarti su alcuni punti:

  • che cosa significa proteggere un figlio quando uno dei genitori sta male;
  • quando la compassione rischia di diventare giustificazione;
  • quale spazio devono avere cure psichiatriche, intervento dei familiari e servizi di emergenza;
  • se responsabilità e indulgenza cambiano a seconda del sesso di chi compie un atto;
  • quali segnali renderebbero necessario mettere immediatamente i bambini al sicuro.

Non cerchi una persona che ripeta le tue parole. Cerchi una persona della quale poterti fidare quando la vita smette di essere semplice. Le discussioni sui casi di cronaca hanno un valore proprio perché, a volte, rivelano criteri morali che nella quotidianità restano nascosti.

8) Il doppio standard non protegge nessuno.

Su questo blog abbiamo già parlato della rimozione delle vittime maschili in Uomini uccisi dalle partner: il lato ignorato della violenza e del modo in cui la narrazione cambia quando l’autrice della violenza è una donna in La casa delle madri assassine. Il caso Clancy aggiunge un elemento ancora più doloroso: le vittime sono tre bambini.

Difendere cure migliori per le madri è necessario. Difendere il diritto dei bambini alla sicurezza lo è altrettanto. Se una società riesce a vedere soltanto la sofferenza dell’adulto e non quella delle vittime, non sta facendo giustizia né prevenzione.

Gli uomini che si allontanano da una compagna perché non ne condividono la bussola morale non stanno punendo tutte le donne e non stanno emettendo una sentenza su Clancy. Stanno esercitando una scelta personale sulla propria vita e sulla possibile madre dei propri figli. È una scelta legittima. E, quando la fiducia è venuta meno su un punto così fondamentale, è spesso la scelta migliore.

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Uomini uccisi dalle partner il lato ignorato della violenza

1) Due delitti non fanno una statistica.

Nel 2026, a poche settimane di distanza, due uomini sono stati uccisi a coltellate nel territorio modenese. Nel primo caso è stata arrestata la compagna della vittima; nel secondo, avvenuto a Montese, la moglie è stata arrestata dopo due settimane di indagini. Si tratta di procedimenti ancora nella fase delle indagini: responsabilità e moventi dovranno essere accertati nel processo, nel rispetto della presunzione di innocenza.

Due casi non autorizzano a proclamare un’emergenza statistica né un improvviso ribaltamento della violenza omicida in Italia. I numeri locali sono troppo piccoli per dimostrare una tendenza. Ma due morti sono comunque due vite spezzate e pongono una domanda che troppo spesso resta ai margini: sappiamo riconoscere un uomo come vittima di violenza, soprattutto quando chi lo aggredisce è la sua partner?

La risposta non dovrebbe dipendere dal sesso dell’autore o della vittima. La violenza va osservata per ciò che fa, per il pericolo che crea e per le persone che distrugge.

2) Che cosa dicono davvero i dati nazionali.

I dati più recenti e consolidati invitano a evitare sia la rimozione sia la propaganda. Secondo i dati Istat sugli omicidi del 2024, in Italia sono state uccise 327 persone: 211 uomini e 116 donne. Nei casi con autore individuato, l’88,3% degli autori era costituito da uomini.

Le donne autrici di omicidio erano 35 e in circa tre casi su quattro avevano ucciso un uomo. Guardando soltanto alla coppia, le donne uccise da un partner o da un ex partner erano 62 e in 61 casi l’autore era un uomo; gli uomini uccisi dalla partner erano otto e in tutti gli otto casi l’autrice era una donna.

Questi numeri raccontano contemporaneamente due verità:

  • la violenza omicida è commessa in grande maggioranza da uomini;
  • le donne uccise nella coppia sono molte più degli uomini;
  • gli uomini uccisi dalle partner esistono e non possono essere trattati come un errore statistico.

Riconoscere l’asimmetria è doveroso. Usarla per cancellare la minoranza delle vittime sarebbe invece intellettualmente disonesto e umanamente ingiusto.

3) Perché l’uomo vittima diventa invisibile.

Molti uomini crescono con l’idea di dover essere sempre forti, autosufficienti e capaci di controllare ogni situazione. Quando subiscono violenza nella coppia possono provare vergogna, temere di essere derisi o pensare che nessuno crederà loro. Se l’aggressore è una donna, lo stereotipo diventa ancora più pesante: «Sei più grosso, difenditi»; «Non può averti fatto davvero male»; «Un uomo non si fa maltrattare».

Questo copione è pericoloso. La violenza domestica non coincide soltanto con la superiorità fisica e non comincia con l’omicidio. Può manifestarsi attraverso:

  • minacce e aggressioni fisiche;
  • umiliazioni sistematiche e isolamento;
  • controllo economico e distruzione dei beni;
  • ricatti affettivi o minacce di false accuse;
  • uso dei figli come strumento di pressione;
  • persecuzione dopo la fine della relazione.

Non tutte le relazioni conflittuali sono violente e non ogni litigio è un reato. Il punto di svolta si raggiunge quando paura, controllo, minaccia e sopraffazione diventano una struttura stabile del rapporto.

4) La legge distingue, la protezione non deve escludere.

La legge 2 dicembre 2025 n. 181 ha introdotto nel codice penale il delitto di femminicidio. La fattispecie riguarda la morte di una donna quando ricorrono specifiche motivazioni di odio, discriminazione, prevaricazione, controllo, possesso o dominio in quanto donna, oppure quando il fatto è collegato al rifiuto di una relazione o alla limitazione delle sue libertà individuali.

Se la vittima è un uomo quella fattispecie, per definizione, non si applica. Ciò non significa però che l’omicidio dell’uomo resti senza risposta o senza aggravanti: continuano ad applicarsi il delitto di omicidio e, quando ne ricorrono i presupposti, le aggravanti previste per il fatto commesso contro il coniuge, il convivente o la persona legata da una relazione affettiva.

Il dibattito sulle parole e sulle scelte del legislatore è legittimo. Ma non deve oscurare il bisogno essenziale: ogni persona in pericolo deve poter essere ascoltata, creduta quanto basta per attivare verifiche serie e protetta sulla base dei fatti, senza dover prima corrispondere al profilo della vittima che l’opinione pubblica si aspetta.

5) Proteggere gli uomini non toglie nulla alle donne.

Ogni volta che si parla di uomini vittime compare il sospetto che si voglia minimizzare la violenza contro le donne. È una falsa alternativa. I dati dimostrano che le donne corrono un rischio molto maggiore di essere uccise da partner ed ex partner; gli stessi dati dimostrano che esistono uomini uccisi dalle compagne.

Una prevenzione credibile deve riuscire a tenere insieme entrambi i fatti. Non serve una gara tra morti, non serve cercare quale sesso sia moralmente peggiore e non serve trasformare ogni delitto in un’arma ideologica. Serve individuare i fattori concreti di rischio: precedenti aggressioni, minacce, disponibilità di armi, escalation dei conflitti, dipendenze, isolamento, controllo ossessivo e incapacità di accettare la fine della relazione.

Sul modo selettivo con cui nominiamo le vittime avevo già scritto provocatoriamente in Meno male non è un femminicidio. Avevo inoltre affrontato il problema di una lettura che attribuisce automaticamente la violenza a un solo sesso parlando della casa delle madri assassine.

6) Che cosa può fare un uomo che subisce violenza.

La vergogna e il silenzio proteggono l’aggressore, non la vittima. Se vivi una situazione di violenza, la priorità non è dimostrare di essere forte: è metterti in sicurezza e impedire che l’escalation continui.

Puoi cominciare così:

  • se il pericolo è immediato, allontanati e chiama il 112;
  • non reagire con altra violenza, salvo quanto strettamente necessario per sottrarti a un’aggressione in corso;
  • fai documentare le lesioni da un medico o dal pronto soccorso;
  • conserva messaggi, fotografie, referti e altri elementi utili in un luogo sicuro;
  • racconta i fatti a una persona fidata, evitando di restare isolato;
  • chiedi rapidamente assistenza legale per valutare denuncia, misure di protezione e tutela dei figli;
  • prepara un piano pratico per uscire dalla casa o dalla relazione senza esporti a nuovi rischi.

Chiedere aiuto non ti rende meno uomo. Restare vivo, proteggere i tuoi figli e interrompere una relazione violenta sono atti di responsabilità.

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Buon Ferragosto: riposo, presenza e responsabilità

1) Buon Ferragosto a chi c’è.

Buon Ferragosto a te che oggi sei in vacanza, in viaggio, con la famiglia, con gli amici oppure al lavoro. Le feste mettono spesso in evidenza una qualità semplice ma non scontata: esserci davvero, non soltanto risultare presenti.

Io sono via e tornerò a Vignola il 25 agosto, ma resto pienamente operativo. La foto scattata durante il viaggio in camper racconta una pausa conquistata senza abbandonare le responsabilità che meritano attenzione.

viaggio in camper a ferragosto

2) Di che cosa parla Mondo di uomini.

Mondo di uomini è uno spazio dedicato all’identità maschile, alle relazioni, alla paternità, alla responsabilità e al modo in cui gli uomini possono stare nel mondo senza rifugiarsi né negli stereotipi né nel vittimismo.

Dietro il blog ci sono osservazione, esperienza professionale e personale, letture, confronto e molta revisione. Parlare di uomini oggi richiede precisione: bisogna distinguere forza da prepotenza, cura da controllo, responsabilità da sacrificio esibito. Ogni articolo prova ad aprire una conversazione adulta.

3) Come posso esserti utile.

Se stai attraversando una separazione, un conflitto familiare, una difficoltà di coppia o un passaggio legato alla paternità, posso aiutarti a leggere insieme gli aspetti giuridici, relazionali e strategici. Spesso il problema peggiora quando viene affrontato soltanto come una battaglia da vincere.

Posso offrirti consulenza legale, ascolto e un confronto orientato alle scelte concrete. L’obiettivo non è dirti che cosa deve essere un uomo, ma aiutarti a diventare più consapevole, affidabile e libero nelle decisioni che ti riguardano.

4) Essere reperibile senza rinunciare alla pausa.

Nel post pubblicato oggi su Avvocati dal volto umano, Aperto per ferie: dal camper continuo a riceverti, spiego come mi sono organizzato per continuare a lavorare anche dal camper.

Rientrerò a Vignola il 25 agosto, ma fino ad allora posso gestire appuntamenti e attività a distanza. Per me responsabilità non significa essere sempre connessi: significa predisporre strumenti e confini che consentano di rispondere bene quando serve.

5) Oggi si mangia alla griglia.

Io oggi farò una bella grigliata. La fotografia mostra carne e patate che cuociono sulla piastra: una scena concreta, senza grandi teorie, fatta per essere condivisa.

grigliata di ferragosto

Preparare da mangiare per gli altri è anche un piccolo gesto di cura. Non serve trasformarlo in una prova di virilità: basta rispettare il fuoco, i tempi e le persone che siederanno a tavola.

6) Gli auguri di Yuudai.

Buon Ferragosto anche da parte di Yuudai. Nella foto è seduto e sorridente davanti alla porta: una presenza allegra che non ha bisogno di dimostrare nulla per farsi voler bene.

yuudai auguri di ferragosto

7) Gli altri spazi che curo.

Mondo di uomini è uno dei miei blog. Se vuoi allargare lo sguardo, puoi seguire anche:

8) I miei account personali.

Se vuoi seguirmi anche sui social, mi trovi qui:

9) Dimmi dove sei e che cosa fai.

Lascia un commento e raccontami il tuo Ferragosto: sei in ferie o al lavoro? Sei partito in camper, sei in albergo, sei rimasto a casa o hai scelto altro? Che cosa fai oggi e che cosa mangerai? Sono curioso soprattutto di sapere chi si occuperà della griglia e come verrà diviso il lavoro.

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She wants ?

Non c’è nessun altro comportamento dello Stato che faccia diventare più isteriche le donne di questi due:
a) quando lo Stato frappone ostacoli alle pratiche abortive, rendendo loro difficile liberarsi della responsabilità della maternità;
b) quando, all’esatto contrario, lo Stato non fa niente per costringere gli uomini a fare i padri e ad adempiere ai doveri che discendono dalla paternità.

É l’ennesima dimostrazione che il femminismo dei diritti é finito da decenni, forse non è nemmeno mai esistito.

Con quello di oggi, le donne vogliono avere solamente dei veri e propri privilegi, da guadagnare a suon di un vittimismo che non sembra avere alcun confine, nemmeno quello di un minimo sindacale di decenza.

Il gioco è truccato in Occidente, fai attenzione.

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Patriarcato love.

Tra femminismo e maschilismo, l’unico e solo che ha un senso é il maschilismo, perché insegna agli uomini a comportarsi da uomini, mentre il femminismo raccomanda alle donne di essere il più possibile simili agli uomini, cosa che non può avere alcun costrutto, come si é ben potuto vedere negli ultimi decenni.

Da questo ennesimo casino irrisolvibile in cui le donne si sono ficcate da sole, le donne stesse potranno essere salvate solo grazie all’inviso patriarcato, di cui oggi c’è bisogno più del pane.

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Festa del papà 2023.

Oggi penso al nostro primo Padre celeste, a San Giuseppe, al mio eccezionale padre in terra, a me stesso, ai miei figli e al
patriarcato, unico sistema funzionale di governo della società, abbandonato il quale la società stessa si é letteralmente sfasciata, senza guadagnarci in nulla.

I miei figli portano il mio cognome, e solo quello, per consentire a tutti di sapere prima chi è che si precipiterebbe a sfasciare le ossa di colui che facesse mai loro del male: per questo motivo, l’uso del cognome paterno va assolutamente, e senza alcun timore, conservato, nonostante le insensatezze costituzionali.

Tutti i padri, a partire dal Primo, sono sotto attacco da oltre un secolo, ma noi siamo uomini e difenderemo coloro che sono stati affidati alla nostra protezione o moriremo tentando di farlo: that simple.

Non è mai importante vincere o perdere, l’importante è solo diventare ciò che si é e fare ciò che si deve.

Auguri a tutti i papà e una preghiera al Padre di noi tutti: tieni sempre la tua mano su di noi e aiutaci a fare quello che dobbiamo fare, per la tua volontà.


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relazioni

Le donne non si sposano mai.

Una doglianza ormai comune é quella per cui gli uomini, nelle relazioni, «non vogliono impegnarsi».

La realtà é, come non così di rado accade, all’esatto opposto.

Come comprova la mia pratica trentennale come avvocato divorzista, sono invece le donne che non si impegnano mai realmente in una coppia, che sia fondata sul matrimonio o sulla convivenza.

Le donne entrano in coppia o si sposano, anche quando lo fanno in Chiesa con tutti i crismi di un sacramento, solo perché in quel momento é bello e, dunque, col presupposto implicito che l’impegno sarà valido solo fino a che tutto rimarrà quantomeno così bello, se possibile ancora di più.

Quando tutto, invece, smette di essere bello, chiedono la separazione e subito dopo il divorzio.

Ma un impegno che vale solo finché hai voglia di tenervi fede é un vero e proprio non-impegno: non è niente.

A impegnarci «finche ci va» siamo capaci tutti, ma non é un’impegno, ma solo un accordo temporaneo, con la clausola rebus sic stantibus.

Per questo ai miei clienti che si lamentano e dolgono che le loro donne hanno rotto le loro promesse, il loro impegno o il loro matrimonio, dico sempre di stare molto tranquilli: le loro donne non hanno mai fatto nessuna promessa, non hanno preso nessun impegno, non si sono mai sposate davvero, ma semmai hanno fatto solo presenza.

Infatti, sono solo semplicemente montate dentro ad una situazione che in quel momento gradivano e ne sono scese quando la stessa non andava loro più bene.

Se nel frattempo hanno messo al mondo dei figli, comprato case, aperto aziende in comune, ciò non ha, per loro, la minima importanza.

Certo, si sentono in colpa, é verissimo, ma ci scommetti con me che la loro capacità di sbattersene é ogni volta più grande?

Per contro, gli uomini sono gli unici per cui un matrimonio, o anche una coppia di fatto, specialmente quando ci sono dei figli, é una cosa concepita per durare sino alla morte.

Ecco perché, care amiche, gli uomini sembrano non volersi mai impegnare: perché, all’esatto opposto, sono gli unici che si impegnano veramente. Con tutti i loro limiti, beninteso, a volte anche gravi.

Finendo, tuttavia, nel 90% dei casi per prenderlo nel q-lo.

Ormai ho le orecchie sfondate con i pretesti che le donne accampano per coprire una grave mancanza di affidabilità che non vogliono confessare nemmeno a loro stesse, come ad esempio quando mi raccontano che i loro uomini non volevano mai viaggiare, dopo dieci ore di lavoro in fabbrica sapevano stare solo sul divano, le volevano scopare troppo o, all’opposto, troppo poco.

La verità è che oggi c’è un enorme problema di affidabilità delle donne, che non riescono a tenere in piedi unioni con uomini che sono almeno dieci volte meglio di quelli con cui riuscivano a restare sposate le loro nonne.

Naturalmente anche la scusa principe non regge, quella per cui se non si va più d’accordo é inutile continuare a soffrire nello stare insieme, perché il divorzio quella sofferenza non la elimina affatto, ma la trasferisce solamente, gettandola addosso ai figli, dandogli un peso che si dovranno portare addosso tutta la vita.

Come quella mamma che dopo la separazione ha trovato il celebre nuovo compagno in una città lontana ed è andata a chiedere alla figlia il permesso di trasferirsi.

La figlia scoppiando a piangere le ha risposto «Va bene mamma fai come vuoi basta che tu sei felice».

Oggi non sono più, dunque, i genitori a chiudere un occhio per la felicità dei figli, ma il sistema si è completamente ribaltato: sono i figli che devono sacrificare loro stessi, per una felicità che i genitori comunque, nel loro disordine esistenziale, poi non troveranno comunque mai.

Bella la modernità eh?

Su tutti i media, si fa un gran parlare dei problemi dei maschi e di come dovrebbero essere diversi da come sono ora, ma la più grande violenza nella nostra società è di gran lunga quella praticata dalle donne, che, al contrario, sono ammantate e avvolte in continuazione da una retorica che le vorrebbe sempre brave e sempre buone, che non fa che rendere le loro gravissime carenze solo ancora più grottesche.

Le donne non si sposano mai.

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