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Violenza inventata e assoluzione dopo sei anni

1 – Una lite trasformata in tentata violenza sessuale.

Nel febbraio 2020, a Carpi, una ragazza di diciassette anni frequentava un uomo di trent’anni. La relazione era osteggiata in famiglia. Un giorno i due litigarono nel negozio in cui lui lavorava e, secondo la prima versione riferita dalla ragazza, l’uomo avrebbe cercato di spogliarla e di spingerla su un letto con finalità sessuali.

Il racconto arrivò al patrigno, che presentò denuncia. L’uomo finì così sotto accusa per tentata violenza sessuale. Sei anni e mezzo più tardi, durante il processo celebrato con rito abbreviato condizionato alla sua audizione, la giovane ha cambiato completamente versione: ha dichiarato di avere inventato l’aggressione perché la famiglia non voleva che continuasse quella relazione.

Secondo la ricostruzione emersa in udienza, ci sarebbe stata una discussione e l’uomo l’avrebbe afferrata per la giacca per impedirle di allontanarsi, ma non avrebbe compiuto il tentativo di violenza sessuale inizialmente descritto. Il pubblico ministero e la difesa hanno chiesto l’assoluzione; il giudice lo ha assolto perché il fatto non sussiste e ha trasmesso gli atti alla Procura per i minorenni affinché valuti la condotta tenuta dalla ragazza quando aveva diciassette anni.

Quest’ultimo passaggio non equivale a una condanna. La Procura dovrà stabilire se esista un reato, quale sia l’eventuale qualificazione giuridica e se vi siano prove sufficienti per procedere.

2 – Sei anni e mezzo non sono una parentesi.

L’assoluzione restituisce formalmente all’imputato ciò che non avrebbe mai dovuto perdere: il riconoscimento della sua innocenza. Non gli restituisce però il tempo trascorso sotto un’accusa capace di distruggere reputazione, lavoro, relazioni e salute.

Essere accusato di tentata violenza sessuale significa vivere con il rischio di una condanna grave e con uno stigma che spesso precede il processo. Anche quando non vengono applicate misure cautelari, l’attesa può condizionare ogni scelta. La persona deve spiegarsi con i familiari, sostenere costi di difesa, convivere con la paura che il proprio nome resti associato per sempre all’accusa.

Una giustizia che arriva dopo oltre sei anni può essere corretta nel risultato e insieme insufficiente nella sua capacità di riparare il danno dell’attesa. La durata non è un dettaglio tecnico: fa parte del peso che il procedimento impone a chi viene coinvolto.

3 – Assoluzione non significa automaticamente calunnia.

Questo caso contiene un’ammissione esplicita che, se confermata e valutata attendibile, ha un peso particolare. In generale, però, bisogna evitare un errore frequente: non ogni assoluzione dimostra che la denuncia fosse consapevolmente falsa.

Una persona può essere assolta perché le prove non raggiungono la soglia necessaria per una condanna, perché il fatto non integra il reato contestato o perché la ricostruzione rimane incerta. Una ritrattazione può dipendere dalla paura, da pressioni, da dipendenza affettiva o dal desiderio di proteggere l’accusato. Per questo deve essere verificata insieme a messaggi, testimonianze, documenti, tempi e coerenza delle diverse versioni.

La calunnia richiede qualcosa di più della fragilità del racconto: occorre che una persona accusi davanti all’autorità qualcuno che sa essere innocente. L’elemento decisivo è proprio quella consapevolezza. Senza la prova del dolo non si può trasformare automaticamente l’esito favorevole all’imputato in una nuova condanna contro chi aveva formulato l’accusa.

4 – Calunnia e falsa testimonianza non sono sinonimi.

Gli articoli 368, 372 e 376 del Codice penale disciplinano situazioni diverse.

L’articolo 368 del Codice penale riguarda la calunnia: chi, con una denuncia, una querela, una richiesta o un’altra dichiarazione diretta all’autorità, incolpa di un reato una persona che sa innocente oppure simula a suo carico le tracce di un reato. Nella forma base, la pena prevista è la reclusione da due a sei anni, con aumenti nei casi più gravi.

L’articolo 372 del Codice penale riguarda invece chi, deponendo come testimone davanti all’autorità giudiziaria, afferma il falso, nega il vero o tace ciò che sa. Anche qui la legge richiede un accertamento preciso del contenuto, della volontà e del contesto della deposizione.

L’articolo 376 del Codice penale prevede inoltre, per determinati reati contro l’amministrazione della giustizia, una disciplina specifica della ritrattazione quando il falso viene ritirato e viene manifestato il vero entro i termini stabiliti. Questo non significa che qualsiasi «mi sono inventata tutto» pronunciato anni dopo cancelli automaticamente ogni possibile responsabilità. Contano il reato ipotizzato, il momento delle dichiarazioni, l’autorità davanti alla quale sono state rese e l’età della persona quando ha agito.

Nel caso concreto, proprio questi elementi dovranno essere ricostruiti dalla Procura competente. Parlare già oggi di una colpevolezza definitiva sarebbe ripetere, a parti invertite, lo stesso errore che si contesta al processo mediatico.

5 – Una falsa accusa è una forma di violenza.

Quando è deliberata, una falsa accusa sessuale usa il sistema giudiziario come arma. Non colpisce soltanto la libertà dell’accusato: può interrompere rapporti con i figli, distruggere un’attività professionale, allontanare amici e parenti, produrre ansia, depressione e isolamento.

Il danno si aggrava perché l’accusa riguarda fatti che giustamente la società considera odiosi. Molti si allontanano prima ancora di sapere che cosa sia realmente accaduto. Una successiva assoluzione riceve spesso meno attenzione della notizia iniziale e non riesce a cancellare ciò che motori di ricerca, social network e memoria collettiva hanno già associato a quella persona.

Definire violenta una simile condotta non significa mettere sullo stesso piano tutte le conseguenze né ridurre la gravità delle violenze sessuali autentiche. Significa riconoscere che mentire consapevolmente per far intervenire lo Stato contro un innocente può devastare una vita.

6 – Le vittime autentiche non vanno contrapposte agli innocenti.

Ogni falsa accusa danneggia anche chi ha davvero subito una violenza. Alimenta il sospetto generalizzato, offre argomenti a chi considera inattendibili tutte le denunce e rende ancora più difficile per una vittima autentica trovare la forza di parlare.

La risposta corretta non è scegliere una categoria da credere sempre e un’altra da sospettare sempre. Una denuncia deve essere accolta con serietà, la persona che segnala deve essere protetta dai rischi concreti e i fatti devono essere verificati con rigore. L’accusato deve restare innocente fino a una condanna definitiva e deve poter esercitare pienamente il diritto di difesa.

Proteggere chi denuncia e garantire chi è accusato non sono obiettivi incompatibili. Sono le due condizioni necessarie perché il processo cerchi la verità invece di distribuire identità prefabbricate di vittima e colpevole.

7 – Che cosa fare se vieni accusato ingiustamente.

La prima reazione può essere chiamare l’accusatrice, pretendere che ritiri tutto o raccontare pubblicamente la propria versione. Sono mosse pericolose: possono essere interpretate come pressione, minaccia o tentativo di condizionare una persona informata sui fatti.

Se ricevi un’accusa falsa o temi che stia per essere formulata:

  • contatta subito un avvocato e concorda con lui ogni comunicazione rilevante;
  • non cercare confronti diretti con chi ti accusa e rispetta scrupolosamente eventuali divieti o prescrizioni;
  • conserva conversazioni complete, email, fotografie, registri di chiamata, dati di posizione e documenti nel loro formato originale;
  • prepara una cronologia precisa degli eventi, indicando luoghi, orari, persone presenti e fatti verificabili;
  • individua i testimoni senza suggerire loro che cosa dovrebbero dichiarare;
  • evita sfoghi sui social e non diffondere dati intimi o materiale che possa esporre te o altre persone;
  • documenta in modo serio le conseguenze lavorative, economiche, familiari e sanitarie che stai subendo.

Nel post False accuse di violenza: come può difendersi un uomo trovi una guida più dettagliata sulla conservazione delle prove, sulla calunnia e sull’eventuale richiesta di risarcimento.

8 – La verità non ha sesso.

Da questa vicenda non si può dedurre che le donne mentano abitualmente sulle violenze, così come da una denuncia autentica non si può dedurre che ogni uomo accusato sia colpevole. Le generalizzazioni servono alle tifoserie; alla giustizia servono fatti verificati.

Una società matura deve riuscire a sostenere contemporaneamente tre principi: le violenze sessuali vanno denunciate e perseguite; chi denuncia non deve essere umiliato o abbandonato; chi viene accusato ingiustamente deve essere difeso e, quando la falsità deliberata è provata, deve ottenere giustizia.

Il sesso delle persone coinvolte non cambia il valore della verità. Cambiano i fatti, le prove e le responsabilità individuali. È su questi elementi, non sugli stereotipi, che deve poggiare ogni decisione.

9 – Metti ordine nei fatti prima di reagire.

Se sei coinvolto in un’accusa di violenza, temi una denuncia falsa o vuoi capire come proteggerti senza commettere errori, chiama lo 059 761926 per concordare un primo incontro con me. Possiamo svolgerlo anche a distanza e ricostruire insieme fatti, documenti, rischi e possibili passi successivi.

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Secondo te come si possono proteggere meglio sia le vittime autentiche sia le persone accusate ingiustamente? Lascia un commento senza inserire dati personali: leggerò volentieri la tua opinione.

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La violenza non ha genere ma i dati contano

1 – Il convegno che ha acceso il dibattito.

Il 21 settembre 2026, alla Palazzina Pucci di Modena, si è tenuto il convegno «La violenza non ha genere. Profili giuridici e psicologici dell’aggressività femminile», organizzato da Anthea Group. L’incontro era dedicato a un tema reale e ancora poco raccontato: la violenza esercitata dalle donne e subita dagli uomini.

La discussione, però, si è trasformata in uno scontro. Un gruppo di contestatrici e rappresentanti di associazioni ha protestato dentro e fuori la sala. Alcuni interventi del convegno sono stati accusati di descrivere le donne come «vampire», false, manipolatrici e approfittatrici, ricorrendo a casi individuali, archetipi e formule psicologiche senza offrire dati adeguati. Dall’altra parte, alcuni partecipanti hanno denunciato un tentativo di censurare preventivamente un argomento scomodo.

Il punto più importante non è stabilire quale fazione abbia gridato meglio. È capire se possiamo finalmente parlare delle vittime maschili senza negarle e senza trasformare tutte le donne in sospette.

2 – Le vittime maschili esistono.

Un uomo può subire violenza fisica, psicologica, economica o sessuale da una partner. Può essere controllato, isolato, minacciato, ricattato attraverso i figli, colpito o perseguitato dopo la fine della relazione. Il suo sesso non rende meno grave ciò che gli accade.

Lo riconosce anche il Consiglio d’Europa: la Convenzione di Istanbul è centrata sulla violenza contro le donne, che è sproporzionata e strutturale, ma invita gli Stati ad applicare il sistema di protezione anche agli uomini esposti alla violenza familiare o domestica.

Negare questa realtà produce un danno concreto. L’uomo maltrattato può vergognarsi, temere di essere deriso e rinunciare a chiedere aiuto. Se istituzioni e servizi lo vedono soltanto come possibile autore, il suo silenzio diventa ancora più probabile.

3 – I numeri mostrano esistenza e asimmetria.

I dati Istat sugli omicidi del 2024 aiutano a evitare due errori opposti. In quell’anno 62 donne sono state uccise da un partner o da un ex partner; in 61 casi l’autore era un uomo. Otto uomini sono stati uccisi dalla partner e, in tutti gli otto casi, l’autrice era una donna.

Dunque le vittime maschili esistono, ma il rischio di essere uccise nella coppia è molto più alto per le donne. Riconoscere questa asimmetria non cancella quegli otto uomini; ricordare quegli otto uomini non ridimensiona le sessantadue donne.

I primi risultati Istat del 2025 stimano inoltre che il 31,9% delle donne italiane tra 16 e 75 anni abbia subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita. Tra le donne che hanno o hanno avuto un partner, il 12,6% riferisce violenze fisiche o sessuali nella coppia.

Questa indagine, però, è costruita su un campione femminile. Descrive in profondità la violenza subita dalle donne, ma non offre una misura speculare degli uomini sottoposti alle stesse domande. Non si può usare un’indagine sulle donne per concludere che le vittime maschili siano irrilevanti. Serve piuttosto una rilevazione nazionale comparabile, capace di misurare entrambi i sessi con definizioni e domande equivalenti.

4 – Un archetipo non è una statistica.

Parlare di aggressività femminile è legittimo. Presentare la donna come naturalmente manipolatrice, vendicativa o vampiresca non lo è. Un caso giudiziario può dimostrare che una determinata persona ha compiuto un atto; un mito o un archetipo può aiutare a interpretare un racconto. Nessuno dei due dimostra come si comporti un intero sesso.

Lo stesso principio vale quando si parla degli uomini. Se è scorretto dedurre dalla condotta di alcuni uomini che il maschio sia per natura violento, è altrettanto scorretto usare madri assassine, accuse false o separazioni distruttive per descrivere la femminilità come una patologia.

Su questo blog ho già ricostruito i numeri in Uomini uccisi dalle partner: il lato ignorato della violenza e ho discusso la selezione linguistica delle vittime in Meno male non è un femminicidio. La regola resta semplice: la persona viene prima della categoria.

5 – Il confronto non può essere una concessione finale.

Un convegno può scegliere di concentrarsi sull’aggressività femminile. Non è obbligato a trasformare ogni intervento in un equilibrio aritmetico tra i sessi. Se però rivendica un fondamento scientifico, deve distinguere chiaramente tra dati, testimonianze, ipotesi cliniche e opinioni.

Deve inoltre accettare domande vere. Il contraddittorio non è censura: è il modo con cui un’affermazione pubblica dimostra di poter reggere una verifica. Allo stesso modo, contestare un incontro è legittimo; impedirne lo svolgimento o sostenere che la violenza abbia necessariamente un solo autore possibile non lo è.

Una cultura adulta tiene aperti entrambi gli spazi: quello della parola e quello della critica. Quando uno dei due viene chiuso, resta soltanto la propaganda.

6 – Che cosa servirebbe davvero.

Se vogliamo proteggere le persone e non difendere un’identità politica, occorrono strumenti concreti:

  • indagini nazionali che misurino con criteri comparabili la violenza subita da donne e uomini;
  • servizi capaci di accogliere una vittima senza presumere in anticipo il sesso dell’autore;
  • percorsi specializzati quando i rischi, le dinamiche o le conseguenze richiedono competenze specifiche;
  • formazione per forze dell’ordine, sanitari, magistrati e operatori sociali sui segnali della violenza anche contro gli uomini;
  • informazione pubblica che riconosca le differenze statistiche senza trasformarle in colpe collettive;
  • confronto aperto nel quale testimonianze, dati e interpretazioni non vengano confusi.

La prevenzione non migliora cancellando la prospettiva di genere. Migliora quando quella prospettiva viene usata per capire i fenomeni, non per decidere in anticipo chi merita ascolto.

7 – Se sei un uomo e stai subendo violenza.

Non aspettare che la situazione diventi estrema per darle un nome. Se esiste un pericolo immediato, allontanati quando puoi farlo in sicurezza e chiama il 112. Negli altri casi, comincia a costruire una traccia ordinata dei fatti:

  • conserva messaggi, email, fotografie e documenti senza alterarli;
  • annota gli episodi con data, luogo, eventuali testimoni e conseguenze;
  • rivolgiti a un medico se hai lesioni o sintomi fisici e chiedi che siano documentati;
  • parla con una persona affidabile, evitando l’isolamento;
  • consulta un avvocato prima di compiere mosse che possano aggravare il conflitto o pregiudicare i rapporti con i figli;
  • non rispondere alla violenza con altra violenza, salvo quanto strettamente necessario per sottrarti a un’aggressione in corso.

Chiedere aiuto non significa essere deboli. Significa smettere di proteggere, con il tuo silenzio, la situazione che ti sta danneggiando.

8 – Difendere gli uomini senza odiare le donne.

La formula «la violenza non ha genere» contiene una verità morale: nessuna vittima vale meno per il proprio sesso. Non deve però diventare una scorciatoia per negare che alcune forme di violenza colpiscano le donne in misura molto maggiore. E la prospettiva di genere non deve diventare una barriera che rende invisibile un uomo quando è lui a subire.

Difendere gli uomini non richiede di costruire un’immagine mostruosa delle donne. Richiede dati migliori, servizi accessibili, diritto al contraddittorio e lo stesso metro morale per tutti. Se per rendere visibile una vittima dobbiamo disumanizzare qualcun altro, non abbiamo superato il pregiudizio: gli abbiamo soltanto cambiato bersaglio.

9 – Come orientarti nella tua situazione.

Se stai vivendo violenza, minacce, controllo o un conflitto di coppia che coinvolge anche i figli, puoi chiamare lo 059 761926 per fissare un primo incontro. Possiamo svolgerlo anche a distanza e mettere in ordine fatti, prove, rischi e possibili passi successivi.

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Secondo te è possibile riconoscere le differenze statistiche senza lasciare fuori nessuna vittima? Lascia un commento: mi interessa conoscere la tua esperienza e la tua opinione.

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Il lato misandrico del femminismo che non va taciuto

1 – Il femminismo non è soltanto ciò che dice di essere.

Il femminismo viene spesso presentato, per definizione, come emancipazione, uguaglianza, diritti umani e progresso. Da questa premessa discende una conseguenza molto comoda: ogni critica al femminismo può essere liquidata come un attacco ai diritti delle donne.

La storia è più complessa. Il femminismo ha contribuito a battaglie giuste: accesso all’istruzione, capacità giuridica, partecipazione politica, libertà professionale e contrasto alle discriminazioni. Negarlo sarebbe falso. Ma è altrettanto falso trasformare un movimento vasto, diviso in correnti spesso incompatibili, in una realtà moralmente pura.

Accanto alle rivendicazioni di pari dignità sono esistite teorie fondate sul conflitto tra i sessi, sulla colpa collettiva maschile e, in alcuni casi, su un disprezzo esplicito degli uomini. Non sono invenzioni degli avversari: si trovano nelle parole di autrici influenti e nei testi del femminismo radicale. Riconoscerlo non significa sostenere che ogni femminista odi gli uomini. Significa rifiutare l’idea che l’odio diventi accettabile quando cambia il sesso del bersaglio.

2 – Engels: liberazione femminile e abolizione della famiglia economica.

Friedrich Engels

Pagina di Friedrich Engels su Wikipedia italiana

«La prima condizione per la liberazione della donna è riportare l’intero sesso femminile nell’attività produttiva pubblica; questo, a sua volta, richiede l’abolizione della famiglia monogamica come unità economica della società.»

La frase è sostanzialmente autentica e proviene da L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, pubblicato nel 1884. Engels non sta chiedendo di vietare l’amore monogamico o di separare genitori e figli per decreto. La sua analisi è economica: ritiene che la dipendenza domestica della moglie e la funzione patrimoniale della famiglia sarebbero superate dalla partecipazione delle donne alla produzione sociale e dalla trasformazione socialista della proprietà.

Il contesto attenua una lettura semplicistica, ma non elimina il punto politico: una parte importante del pensiero che influenzerà il femminismo socialista considera la famiglia monogamica non soltanto un legame privato, bensì una struttura economica da superare. Engels, peraltro, era un uomo e non può essere classificato automaticamente come autore femminista; è però una delle matrici teoriche di quelle correnti.

3 – Firestone: rivoluzione sessuale e superamento della famiglia.

Shulamith Firestone

Pagina di Shulamith Firestone su Wikipedia italiana

«L’obiettivo finale della rivoluzione femminista non deve essere soltanto l’eliminazione del privilegio maschile, ma della stessa distinzione sessuale.»

Questa è la formulazione fedele della tesi esposta in The Dialectic of Sex: le differenze genitali, secondo Firestone, non avrebbero più dovuto possedere alcun significato culturale. In altri passaggi l’autrice sostiene inoltre il superamento della famiglia biologica o nucleare tradizionale e propone forme collettive di crescita dei figli. Si tratta di due idee collegate, ma è importante presentarle senza fonderle artificialmente in una sola citazione.

La correzione non assolve né condanna l’autrice: serve a discutere ciò che ha realmente sostenuto. Firestone elaborò una visione radicale nella quale tecnologia riproduttiva, liberazione dei bambini e dissoluzione dei ruoli familiari avrebbero eliminato la classe sessuale. È una teoria autenticamente rivoluzionaria, molto più ampia della semplice richiesta di pari opportunità.

4 – Gearhart e Daly: quando il bersaglio diventa la popolazione maschile.

Sally Miller Gearhart

Pagina di Sally Miller Gearhart su Wikipedia italiana

«La percentuale di uomini deve essere ridotta e mantenuta approssimativamente al 10% del genere umano.»

Questa affermazione è documentata nel saggio The Future—If There Is One—Is Female. Gearhart immaginava una trasformazione demografica ottenuta senza sterminio, attraverso il controllo femminile della riproduzione e ipotetiche tecnologie capaci di produrre soprattutto nascite femminili. Era pacifista, e questo contesto va ricordato.

Resta però una proposta di supremazia sessuale: immaginare che un sesso debba costituire appena un decimo dell’umanità significa considerarlo una presenza da contenere. Se un autore proponesse la medesima proporzione per le donne, nessuno avrebbe difficoltà a riconoscervi misoginia. Il criterio deve restare identico.

Mary Daly

Pagina di Mary Daly su Wikipedia italiana

«Se la vita deve sopravvivere su questo pianeta, la Terra deve essere decontaminata. Credo che ciò sarà accompagnato da un processo evolutivo che porterà a una drastica riduzione della popolazione maschile.»

Anche questa frase risulta documentata. Daly la pronunciò discutendo proprio la proposta di Gearhart, che aveva definito una possibilità non cattiva. Il termine «decontaminazione», accostato alla riduzione dei maschi, non descrive più soltanto la critica di comportamenti, leggi o istituzioni: associa implicitamente un gruppo umano alla contaminazione del pianeta.

Non serve attribuire a Daly un piano violento che non espresse. Basta osservare la disumanizzazione contenuta nella metafora. Il problema dell’odio politico comincia spesso prima dell’azione, quando le persone smettono di essere individui e diventano una sostanza nociva da ridurre.

5 – Morgan: l’odio degli uomini rivendicato come atto politico.

Robin Morgan

Pagina di Robin Morgan su Wikipedia italiana

«Ritengo che l’“odio verso gli uomini” sia un atto politico onorevole e praticabile…»

Il passaggio completo, pubblicato in Going Too Far, aggiunge che gli oppressi avrebbero diritto all’odio di classe contro la classe che li opprime. Morgan ammette l’esistenza di eccezioni individuali, ma descrive comunque gli uomini come classe dominante e legittima l’odio nei loro confronti.

Qui la misandria non è un’interpretazione ostile applicata dall’esterno: è nominata e difesa dall’autrice. Si può comprendere la rabbia nata da violenze e discriminazioni senza trasformarla in un principio morale. Comprendere l’origine di un odio non significa dichiararlo onorevole.

6 – Solanas: l’uomo ridotto a oggetto subumano.

Valerie Solanas

Pagina di Valerie Solanas su Wikipedia italiana

«Definire un uomo un animale significa fargli un complimento: è una macchina, un dildo ambulante.»

La frase proviene dallo SCUM Manifesto. Il testo è stato interpretato come programma politico, provocazione, satira nera o performance letteraria. Qualunque interpretazione si scelga, il linguaggio è deliberatamente disumanizzante: il maschio viene privato di empatia, interiorità e valore.

Solanas non rappresenta tutte le donne e nemmeno tutto il femminismo. Sarebbe assurdo usarla come prova unica contro un universo di idee molto più grande. È però altrettanto scorretto fingere che il suo manifesto non sia stato pubblicato, discusso, ristampato e inserito nella storia del femminismo radicale. Un movimento si valuta anche dal modo in cui tratta le proprie espressioni estreme: se le critica, le marginalizza oppure le trasforma in icone trasgressive.

7 – Dworkin: una frase autentica, ma pronunciata da una voce narrativa.

Andrea Dworkin

Pagina di Andrea Dworkin su Wikipedia italiana

«Voglio vedere un uomo picchiato fino a ridurlo a una poltiglia sanguinolenta, con una scarpa dal tacco alto ficcata in bocca, come una mela nella bocca di un maiale.»

Queste parole compaiono nel romanzo Mercy. Il dettaglio è decisivo: appartengono alla voce in prima persona di un personaggio segnato da violenze e stupri, dentro un’opera narrativa. Non è corretto estrarle e presentarle senza spiegazione come una proposta politica formulata direttamente da Dworkin.

Un romanziere può mettere in bocca a un personaggio pensieri brutali senza approvarli alla lettera. Dworkin sostenne certamente posizioni radicali sugli uomini, sulla pornografia e sul potere sessuale, ma questa specifica frase non dimostra da sola che desiderasse personalmente quella violenza. Se vogliamo denunciare i doppi standard, dobbiamo evitare di applicarne uno nuovo alle fonti che non ci piacciono.

8 – De Beauvoir: emancipazione o libertà negata?

Simone de Beauvoir

Pagina di Simone de Beauvoir su Wikipedia italiana

«Nessuna donna dovrebbe essere autorizzata a rimanere a casa per crescere i propri figli. La società non dovrebbe consentire questa scelta, perché, se tale scelta esistesse, troppe donne la farebbero.»

La citazione proviene da un dialogo con Betty Friedan pubblicato nel 1975. De Beauvoir aggiunse che la società avrebbe dovuto essere diversa e spiegò di temere che una scelta domestica apparentemente libera fosse in realtà prodotta dal condizionamento e dalla dipendenza economica.

Il contesto rende la tesi comprensibile, non necessariamente condivisibile. Una liberazione che toglie alle donne la possibilità di scegliere perché potrebbero scegliere «male» assume una forma paternalistica. La parità dovrebbe ampliare le alternative reali: lavorare, dedicarsi alla famiglia o combinare le due dimensioni senza essere costrette né dal marito né dallo Stato né da un’avanguardia ideologica.

9 – Che cosa mostrano davvero queste citazioni.

Le frasi non dimostrano che ogni femminista odi gli uomini. Dimostrano qualcosa di più preciso e difficilmente contestabile: correnti riconoscibili del femminismo hanno descritto il maschio come classe oppressiva, minaccia demografica, contaminazione o essere inferiore; altre hanno considerato famiglia e maternità strutture da superare, anche contro le preferenze espresse dalle stesse donne.

Il femminismo reale è fatto di molte componenti. C’è il femminismo liberale dei diritti individuali; quello socialista, che interpreta famiglia e rapporti sessuali attraverso il conflitto economico; quello radicale, che vede il dominio maschile come struttura fondamentale della società; quello separatista, che considera desiderabile ridurre al minimo relazioni e istituzioni condivise con gli uomini. Esistono inoltre femministe che rifiutano apertamente la misandria e cercano una società migliore per entrambi i sessi.

Perciò non accetto né la caricatura secondo cui ogni conquista femminile sarebbe una minaccia, né il catechismo secondo cui tutto ciò che si definisce femminista sarebbe automaticamente giusto. Come ho sostenuto parlando del lato ignorato della violenza subita dagli uomini, una società equa non sceglie in anticipo quali vittime meritino attenzione in base al sesso.

10 – Dalla critica delle ingiustizie alla misandria.

Criticare un privilegio concreto non è odio. Chiedere che una donna possa studiare, lavorare, votare, lasciare un compagno violento o ricevere la stessa tutela di un uomo è una richiesta di giustizia. La misandria comincia quando il comportamento di alcuni uomini viene trasformato in una colpa ontologica del maschio.

La si riconosce attraverso alcuni passaggi ricorrenti: l’individuo scompare dentro la classe sessuale; la sofferenza maschile viene ridicolizzata; il medesimo comportamento cambia valore morale a seconda del sesso di chi lo compie; la libertà femminile viene affermata anche a costo di negare quella maschile; famiglia, paternità e mascolinità vengono raccontate soprattutto come problemi da correggere.

Non è soltanto una questione di parole sgradevoli. Se un’intera cultura considera l’uomo colpevole per nascita, diventa più facile ignorarlo quando è vittima, presumere che sia sempre aggressore, svalutarne il ruolo di padre o chiedergli sacrifici senza riconoscergli bisogni e diritti.

11 – Le radici ideologiche non spiegano tutto.

È legittimo chiedersi quale genealogia colleghi autori e autrici tanto diversi. L’influenza di Engels e della critica marxista della famiglia esiste, soprattutto nel femminismo socialista e radicale, ma non bisogna sostituire una semplificazione con un’altra. Le pensatrici citate non ripetono tutte la stessa dottrina: hanno biografie, linguaggi e obiettivi differenti, e alcune si sono influenzate reciprocamente più di quanto siano state influenzate direttamente da Engels.

La domanda più utile è perché determinate idee vengano spesso sottratte alla critica soltanto perché pronunciate in nome della liberazione femminile. Nessun movimento dovrebbe ricevere un’immunità morale. Se una frase disumanizza gli uomini, va riconosciuta come tale anche quando nasce dentro una tradizione che ha ottenuto risultati positivi per le donne.

12 – Uscire dalla guerra tra i sessi.

La risposta alla misandria non è la misoginia. Non serve costruire una nuova ideologia nella quale tutte le donne siano manipolatrici, irresponsabili o nemiche. Sarebbe la copia speculare dello stesso errore: giudicare miliardi di persone attraverso una colpa collettiva.

Difendere gli uomini significa pretendere reciprocità. La violenza è violenza chiunque la compia; il disprezzo è disprezzo qualunque sia il bersaglio; la libertà di scegliere vale per entrambi i sessi; la famiglia può essere criticata e migliorata senza essere trattata come una patologia; la paternità non è un accessorio della maternità.

Essere un uomo solido non significa accettare in silenzio chi ti considera un problema biologico. Significa anche non lasciare che il rancore decida chi diventerai. La riflessione su come essere un uomo parte dalla responsabilità personale: confini chiari, capacità di giudizio e rifiuto di ogni odio collettivo.

13 – Parliamone partendo dalla tua esperienza.

Se questi temi incidono sulla tua relazione, sulla tua famiglia o sul modo in cui vivi la tua identità maschile, telefona allo 059 761926 e concorda un primo incontro con me, disponibile anche a distanza.

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Che cosa pensi di queste citazioni e della distinzione tra parità e misandria? Lascia un commento o una domanda: sarò felice di confrontarmi con te.

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Dieci regole per uomini che vogliono crescere

1 – Dieci regole semplici, nessuna scorciatoia.

Per diventare un uomo più solido non servono necessariamente talento eccezionale, fortuna o grandi disponibilità economiche. Servono soprattutto standard personali: criteri chiari per decidere come comportarti quando sei stanco, ferito, escluso, tentato di apparire o desideroso di essere approvato.

Le dieci regole che seguono hanno questo pregio: sono brevi, memorizzabili e concrete. Non vanno trattate come comandamenti ciechi. Alcune richiedono buon senso e qualche eccezione, ma tutte puntano nella stessa direzione: dignità, autocontrollo, salute, curiosità e progresso.

2 – Le dieci regole per uomini che vogliono crescere.

2.1 – Non tornare da una donna che ti ha tradito.

Il tradimento non è soltanto un atto sessuale. È la rottura di un patto e spesso comporta bugie ripetute, occultamento e manipolazione. Tornare automaticamente perché temi la solitudine insegna all’altra persona che i tuoi confini possono essere violati senza conseguenze.

Questo non significa che una riconciliazione sia sempre impossibile. Significa che non devi confondere il perdono con la cancellazione dei fatti. Per ricostruire servono verità completa, responsabilità, cambiamenti osservabili e tempo. Se queste condizioni mancano, allontanarti è rispetto per te stesso, non vendetta.

La scelta del partner è una delle decisioni più importanti della vita. Come ho osservato parlando di valori incompatibili e fine di una relazione, nessuno è obbligato a restare con chi ha distrutto la fiducia o difende principi inconciliabili con i propri.

2.2 – Non rovinarti per impressionare gli altri.

Automobili, vestiti, cene, viaggi e regali possono diventare strumenti con cui compri un’immagine sociale che non puoi permetterti. Il risultato è paradossale: sembri più ricco per qualche ora e diventi più povero per mesi o anni.

Un uomo affidabile conosce la propria situazione finanziaria, spende meno di quanto guadagna e non usa il debito per ricevere attenzione. Chi ti stima soltanto quando paghi, esibisci o offri non sta stimando te: sta reagendo a ciò che può ottenere.

La sobrietà non è avarizia. Puoi goderti il denaro e condividerlo, ma prima devi essere in grado di dire: «Questo non rientra nelle mie possibilità» senza provare vergogna.

2.3 – Non stringere la mano restando seduto.

Alzarti per salutare comunica presenza, rispetto e disponibilità all’incontro. È un gesto piccolo, ma i gesti piccoli costruiscono il modo in cui vieni percepito e, soprattutto, il modo in cui percepisci te stesso.

Naturalmente la regola non vale quando alzarsi è difficile, inopportuno o impossibile. Il suo significato non è teatrale: non devi recitare la parte dell’uomo dominante. Devi interrompere per un momento ciò che stai facendo, guardare la persona e riconoscerne l’arrivo.

La buona educazione non rende deboli. Dimostra che sai occupare lo spazio senza ignorare gli altri.

2.4 – Non mendicare una relazione.

Puoi dichiarare ciò che provi, chiedere chiarezza e tentare di riparare un rapporto. Non devi però supplicare qualcuno affinché ti scelga. L’amore ottenuto attraverso pressione, umiliazione o inseguimento continuo non è una relazione: è dipendenza dall’approvazione.

Se l’interesse non è reciproco, accetta il dato. Fa male, ma la realtà è meno distruttiva di una speranza alimentata unilateralmente. Conservare dignità non significa diventare freddo; significa non consegnare la tua autostima alla risposta di un’altra persona.

Un no non stabilisce quanto vali. Stabilisce soltanto che quel legame, in quella forma e in quel momento, non è condiviso.

2.5 – Se non sei invitato, non chiedere di partecipare.

Non forzarti dentro programmi dai quali sei stato escluso. Chiedere una volta se si sia trattato di una dimenticanza può essere ragionevole, specialmente tra amici stretti o in un contesto organizzativo confuso. Insistere, fare pressione o cercare un invito per pietà, invece, ti mette in una posizione umiliante.

Osserva i comportamenti. Se vieni escluso abitualmente, forse quel gruppo non è il tuo ambiente. Investi in persone che ricambiano la tua presenza e crea tu occasioni nelle quali gli altri siano accolti con sincerità.

Non trasformare però questa regola in orgoglio permaloso. A volte nessuno ti sta rifiutando: l’evento è ristretto, privato o semplicemente non pensato per te. La maturità evita sia di implorare sia di immaginare offese ovunque.

2.6 – Allenati con regolarità.

La formula originale suggerisce almeno quattro allenamenti alla settimana. Può essere un ottimo ritmo per molte persone, ma non è un numero magico e non è adatto indistintamente a ogni età, condizione clinica o livello di preparazione.

Le indicazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità invitano gli adulti a svolgere ogni settimana da 150 a 300 minuti di attività aerobica moderata, oppure da 75 a 150 minuti di attività intensa, aggiungendo esercizi di rafforzamento muscolare per i principali gruppi muscolari in almeno due giorni.

Il principio giusto è la continuità. Costruisci un programma che includa forza, capacità cardiovascolare, mobilità e recupero. Parti dal tuo livello reale e, se hai patologie, dolori persistenti o sei rimasto inattivo a lungo, valuta il percorso con un professionista sanitario.

Allenarti non serve soltanto a migliorare l’aspetto. Ti insegna a mantenere un impegno anche quando l’entusiasmo è basso.

2.7 – Mantieni il contatto visivo durante una conversazione.

Guardare l’interlocutore segnala attenzione e sicurezza. Non significa fissarlo senza tregua: uno sguardo naturale si alterna, lascia respirare e accompagna l’ascolto. Lo scopo è esserci, non intimidire.

Anche qui esistono differenze culturali, personali e legate alla neurodiversità. Il rispetto non si misura con un cronometro. Se per te il contatto visivo è difficile, puoi comunque mostrare presenza evitando di controllare continuamente il telefono, orientando il corpo verso chi parla e rispondendo a ciò che hai davvero ascoltato.

La qualità di una conversazione dipende meno dalla posa e più dall’attenzione autentica.

2.8 – Rimani sempre uno studente.

Quando pensi di non avere più nulla da imparare, hai già iniziato a peggiorare. Essere studente non significa accumulare corsi, titoli o citazioni. Significa mantenere la disponibilità a correggerti, fare domande e cambiare metodo davanti a prove migliori.

Leggi persone con cui non sei d’accordo. Impara un mestiere, una lingua, una disciplina fisica o una competenza pratica. Chiedi a chi ne sa più di te e non fingere di aver capito per proteggere l’ego.

La riflessione su che cosa significhi essere un uomo parte anche da qui: la solidità maschile non è immobilità, ma capacità di crescere senza perdere il proprio centro.

2.9 – Impara dagli errori degli altri.

L’esperienza personale è una grande maestra, ma presenta conti costosi. Non devi subire ogni fallimento in prima persona per comprenderne le conseguenze. Osserva chi ha distrutto una relazione per orgoglio, chi si è indebitato per apparire, chi ha trascurato la salute e chi ha sacrificato anni a un’abitudine che non portava da nessuna parte.

Non usare gli errori altrui per sentirti superiore. Analizzali con rispetto:

  • quale decisione ha avviato il problema;
  • quali segnali sono stati ignorati;
  • quale giustificazione ha permesso di continuare;
  • che cosa puoi fare oggi per non ripetere lo stesso percorso.

La saggezza consiste anche nel pagare una lezione con attenzione anziché con sofferenza evitabile.

2.10 – Diventa migliore dell’uomo che eri ieri.

Il confronto continuo con gli altri produce due risultati inutili: vanità quando ti senti avanti e frustrazione quando ti senti indietro. Il confronto più onesto è con la tua versione precedente.

Non devi rivoluzionare la vita ogni mattina. Devi cercare progressi verificabili: una promessa mantenuta, una telefonata difficile finalmente fatta, dieci minuti di allenamento in più, una spesa evitata, una reazione impulsiva trattenuta, una pagina studiata.

Migliorare non significa disprezzare chi eri. Quell’uomo ha fatto ciò che poteva con gli strumenti che aveva. Il tuo compito è non usare il passato come alibi per restare identico.

3 – Trasforma le regole in un sistema personale.

Una regola che ricordi soltanto quando tutto va bene serve a poco. Scegline una per volta e trasformala in un comportamento osservabile. Puoi scrivere un limite di spesa, programmare gli allenamenti, stabilire che non rincorrerai chi non ricambia o dedicare ogni giorno un tempo preciso allo studio.

Alla fine della settimana chiediti:

  • che cosa avevi promesso di fare;
  • che cosa hai fatto davvero;
  • quale ostacolo ti ha fermato;
  • quale modifica concreta applicherai nei prossimi sette giorni.

La disciplina non nasce da una personalità speciale. Nasce da accordi semplici con te stesso, rispettati abbastanza a lungo da diventare identità.

4 – Costruiamo insieme il prossimo passo.

Se vuoi trasformare questi principi in decisioni concrete per la tua vita personale o relazionale, telefona allo 059 761926 e concorda un primo incontro con me, disponibile anche a distanza.

Per altre riflessioni dedicate alla vita interiore, puoi seguire anche terre dell’anima.

Quale di queste regole trovi più utile, e quale contesteresti? Raccontamelo nei commenti o lasciami una domanda: rispondo sempre con piacere.

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Femminocrazia il libro che sfida il femminismo

1) Un libro che sceglie subito il conflitto.

Femminocrazia. Come e perché il femminismo danneggia tutti, di Roberto Lobosco, è un saggio pubblicato nel 2026 da Passaggio al Bosco, nella collana Bastian contrari. Ha 256 pagine, una prefazione di Francesca Totolo e il codice ISBN 9791254622346.

Già dal titolo si capisce che non vuole essere un manuale neutrale né una ricostruzione accademica delle diverse correnti femministe. È un libro di battaglia culturale: formula un’accusa, provoca il lettore e prova a rovesciare la prospettiva oggi più diffusa nel discorso pubblico.

Questa recensione riguarda precisamente tale impianto, ricostruito attraverso la presentazione editoriale e i materiali pubblicamente disponibili. Non attribuisco al volume argomenti o passaggi che non ho potuto verificare.

2) Che cosa significa «femminocrazia».

Lobosco non usa il termine per descrivere banalmente un governo composto da donne. La «femminocrazia» sarebbe, nella sua tesi, un sistema culturale capace di stabilire in anticipo chi può essere considerato vittima, chi deve essere guardato con sospetto e quali sofferenze meritano ascolto.

Il bersaglio, dunque, non sono le donne. È un’ideologia che pretende di rappresentarle tutte e che, secondo l’autore, finisce per danneggiare anche loro. Il libro mette sotto accusa la demonizzazione del maschile, la crisi della famiglia, l’uso politico della violenza, l’educazione affettiva trasformata in rieducazione ideologica e una promessa di emancipazione che rischierebbe di produrre isolamento anziché libertà.

È una distinzione essenziale. Criticare il femminismo non significa odiare le donne, così come difendere la dignità maschile non comporta negare violenze e discriminazioni reali subite dalle donne.

3) Il punto più forte: rompere l’asimmetria morale.

Il pregio maggiore del libro sta nella domanda che obbliga a porre: perché la sofferenza maschile viene così spesso minimizzata, ridicolizzata o considerata politicamente sconveniente?

Quando un uomo perde i figli, subisce violenza nella coppia, viene manipolato o vive un’accusa ingiusta, la sua storia non diventa meno vera per il solo fatto che il racconto dominante non sa dove collocarla. Ne ho parlato anche a proposito degli uomini uccisi dalle partner: riconoscere queste vittime non sottrae nulla alle altre, ma rende la giustizia meno selettiva.

Lo stesso vale nella vita privata. Un uomo non deve chiedere il permesso per stabilire quali idee ritenga incompatibili con un progetto familiare. Nel caso discusso in Difendere Lindsay Clancy può chiudere una relazione ho sostenuto proprio questo: donne e uomini sono liberi di scegliere il partner anche sulla base dei suoi valori, purché non confondano la libertà di scelta con il diritto di controllare l’altro.

4) La complementarità contro la guerra tra i sessi.

La proposta positiva del saggio sembra essere una riscoperta della complementarità. Uomo e donna non sarebbero eserciti contrapposti, né individui intercambiabili in ogni aspetto: sono persone di pari dignità, con differenze che possono diventare cooperazione, responsabilità e continuità.

Questa parte è convincente quando rifiuta insieme il disprezzo misogino e il disprezzo misandrico. Una cultura sana non ha bisogno di umiliare un sesso per restituire dignità all’altro. Ha bisogno di adulti capaci di assumersi responsabilità, porre limiti e costruire legami.

È una direzione coerente con la riflessione su come essere un uomo: la mascolinità non si recupera attraverso il rancore, ma con presenza, affidabilità e capacità di proteggere senza dominare.

5) Dove la tesi rischia di essere troppo larga.

Proprio perché il libro affronta un tema importante, bisogna evitare che una parola molto ampia come «femminismo» diventi un contenitore unico. Esistono movimenti, epoche e posizioni differenti; trattarli come un blocco perfettamente omogeneo può indebolire anche le critiche fondate.

C’è poi un rischio speculare: denunciare la guerra contro gli uomini usando un linguaggio che alimenta una nuova guerra contro le donne. Sarebbe una contraddizione. La critica è più solida quando distingue persone, idee, istituzioni e singole decisioni; lo è meno quando trasforma un’intera categoria umana nel colpevole collettivo.

Per questo considero Femminocrazia soprattutto un libro da interrogare, non un catechismo da ripetere. Le sue domande meritano spazio; le sue risposte, come tutte le tesi forti, devono restare aperte al confronto con dati, casi concreti e obiezioni.

6) La mia valutazione.

Il giudizio complessivo è positivo, con una riserva sul metodo. È utile che qualcuno contesti apertamente i doppi standard e ricordi che i diritti degli uomini non sono un favore concesso da chi domina il discorso pubblico. È altrettanto utile sostenere che una donna non coincide con il femminismo e che può rifiutarne le versioni più ideologiche senza rinunciare alla propria libertà.

Il libro appare meno persuasivo quando il tono polemico rischia di anticipare la dimostrazione. Una denuncia culturale, per incidere davvero, deve indicare con precisione norme, statistiche, incentivi e comportamenti, distinguendo ciò che è sistematico da ciò che è soltanto episodico.

In sintesi, Femminocrazia ha il merito di entrare in una stanza nella quale molti preferiscono non parlare. Non sarà una lettura comoda e non pretende di esserlo. Vale soprattutto come invito a verificare se l’uguaglianza proclamata venga applicata anche quando a chiedere ascolto, tutela o comprensione è un uomo.

7) A chi può servire questa lettura.

Il volume può interessare:

  • agli uomini che avvertono una distanza tra la retorica pubblica e la propria esperienza;
  • alle donne che non si riconoscono nell’idea di un conflitto permanente tra i sessi;
  • a chi critica queste tesi ma vuole confrontarsi con la loro formulazione più netta;
  • a chi cerca un saggio polemico da discutere, non un testo neutrale da consultare.

Non lo consiglierei a chi desidera soltanto sentirsi confermare che tutti gli uomini sono innocenti o tutte le donne colpevoli: non è questa la strada per restituire dignità al maschile.

8) Il risultato più utile: tornare alla responsabilità individuale.

La categoria del sesso non deve cancellare la persona. Una donna può essere vittima o responsabile; lo stesso vale per un uomo. Un’idea va giudicata per i suoi effetti e per la qualità degli argomenti, non per l’identità di chi la esprime.

Questa è, a mio avviso, la conseguenza più feconda del libro: uscire dai copioni automatici. Nessuno deve essere creduto o condannato in base al sesso; nessuno deve essere protetto dalle conseguenze delle proprie azioni per appartenenza a una categoria considerata moralmente superiore.

La parità autentica comincia quando applichiamo a tutti lo stesso metro, conservando attenzione per le differenze reali ma rinunciando ai privilegi narrativi.

9) Dove cercare il libro.

Quello seguente è un link affiliato: se acquisti attraverso di esso potrei ricevere una piccola commissione, senza alcun sovrapprezzo per te. Disponibilità e prezzo possono cambiare, quindi controllali direttamente nella pagina di Amazon.

10) Porta il confronto nella tua vita concreta.

Se questi temi toccano una difficoltà familiare o relazionale che stai vivendo, telefona allo 059 761926 per concordare un primo incontro con me, che può svolgersi anche a distanza.

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False accuse di violenza come può difendersi un uomo

Che cosa può fare un uomo se viene ingiustamente accusato di molestie sessuali o violenza da una donna, e che cosa rischia la donna?

1) Il caso del cardinale Ouellet.

La vicenda nasce nel 2022, quando il cardinale canadese Marc Ouellet fu indicato in un’azione collettiva riguardante abusi sessuali attribuiti a persone legate all’arcidiocesi del Québec. Una donna lo accusava di contatti fisici non consensuali avvenuti tra il 2008 e il 2010, quando lavorava o si formava in ambito ecclesiastico. Ouellet negò gli episodi e promosse un’azione civile per diffamazione.

Il processo si è svolto a Montréal nel marzo 2026. Con una decisione del 31 agosto 2026, il giudice Martin Castonguay ha ritenuto infondate le accuse, giudicando la testimonianza della donna non credibile né affidabile. La corte ha sottolineato i cambiamenti intervenuti nel racconto e il fatto che gli episodi descritti sarebbero avvenuti durante eventi pubblici in presenza di altre persone.

La donna è stata condannata a pagare 100.000 dollari canadesi per il danno alla reputazione, oltre alle conseguenze economiche stabilite dalla decisione. Ouellet ha annunciato che devolverà quanto incassato a organizzazioni impegnate contro gli abusi sessuali subiti dalle popolazioni indigene in Canada. La ricostruzione della Canadian Press riferisce che la sentenza è particolarmente severa nel valutare la coerenza dell’accusatrice.

È importante usare le parole giuste: non si tratta di un’assoluzione pronunciata al termine di un processo penale per violenza sessuale, ma dell’accoglimento di una causa civile per diffamazione. È inoltre una decisione canadese, soggetta alle regole e alle eventuali impugnazioni di quell’ordinamento. Non può essere trasferita automaticamente al diritto italiano.

2) Un’accusa non provata non è sempre una falsa accusa.

Nel nostro ordinamento l’archiviazione di una denuncia, il proscioglimento o l’assoluzione dell’accusato non comportano automaticamente che la denunciante abbia commesso un reato. Un fatto può non essere dimostrato perché mancano prove sufficienti, perché i ricordi sono incompleti o perché le ricostruzioni restano incompatibili. La falsità consapevole è un’altra cosa.

Questa distinzione protegge entrambe le parti. Chi subisce davvero una violenza deve poterla denunciare senza temere una punizione soltanto perché l’accertamento è difficile. Chi viene accusato ingiustamente deve però poter dimostrare che il racconto è inventato e ottenere tutela quando l’accusatrice sapeva che i fatti non erano mai avvenuti.

Perciò la domanda corretta non è soltanto “l’uomo è stato assolto?”, ma “esistono prove che la donna abbia accusato una persona sapendola innocente?”. È su questa consapevolezza che si gioca soprattutto il reato di calunnia.

3) Che cosa deve fare subito l’uomo accusato.

Una falsa accusa produce paura e rabbia. La tentazione è telefonare all’accusatrice, affrontarla, scrivere un lungo sfogo online o cercare dichiarazioni da amici comuni. Sono spesso le mosse peggiori: possono generare nuovi messaggi equivoci, contestazioni di minaccia o pressione sui testimoni e una diffusione ulteriore della vicenda.

La risposta iniziale deve essere ordinata:

  • contatta subito un avvocato penalista, prima di rendere dichiarazioni non necessarie;
  • ricostruisci una cronologia precisa dei rapporti e dei fatti contestati;
  • conserva chat, email, fotografie, registrazioni legittimamente disponibili, dati di posizione e documenti nella loro forma originale;
  • indica al difensore i possibili testimoni, compresi quelli che possono confermare dove ti trovavi o come si svolsero gli incontri;
  • non cancellare contenuti, non modificarli e non costruire prove a posteriori;
  • non contattare l’accusatrice se il difensore non lo ritiene opportuno;
  • rispetta scrupolosamente eventuali prescrizioni o misure disposte dall’autorità.

Se vieni convocato dalla polizia giudiziaria o dal pubblico ministero, non improvvisare una difesa emotiva. Chiedi immediatamente in quale veste sei sentito e fatti assistere. Il tuo avvocato valuterà se rispondere, depositare una memoria, indicare fonti di prova o svolgere investigazioni difensive.

4) Le prove digitali devono restare integre.

Nelle false accuse il contesto è spesso decisivo. Un singolo messaggio isolato può avere un significato molto diverso dalla conversazione completa. Uno screenshot ritagliato è più debole di un’acquisizione che consenta di verificare mittente, destinatario, data, sequenza e integrità.

Conserva quindi le conversazioni complete e crea copie di sicurezza senza alterare gli originali. Annota dove si trovano i dati e come sono stati ottenuti. Se il contenuto è importante o rischia di scomparire, il difensore può valutare un’acquisizione tecnica o una constatazione idonea a documentarne l’esistenza.

Non entrare abusivamente negli account dell’altra persona e non installare strumenti di controllo. Una prova raccolta commettendo un illecito può aprire un nuovo fronte contro di te. Difendersi significa usare bene le prove disponibili, non violare la riservatezza altrui.

5) Che cosa rischia penalmente chi accusa sapendo di mentire.

Se una donna presenta una denuncia o una querela e attribuisce un reato a un uomo che sa innocente, può configurarsi la calunnia. L’articolo 368 del Codice penale prevede, nella forma base, la reclusione da due a sei anni. Sono previste conseguenze più gravi quando l’accusa riguarda delitti particolarmente severi o provoca la condanna dell’innocente.

Il punto decisivo è il dolo: non basta che la versione sia fragile, contraddittoria o smentita. Occorre dimostrare che la persona conosceva l’innocenza dell’accusato e ha comunque attivato l’autorità contro di lui. Per questo un procedimento per calunnia non è la semplice prosecuzione automatica dell’assoluzione.

Se l’accusa viene diffusa ad amici, colleghi, familiari, giornali o utenti dei social, può entrare in gioco anche la diffamazione prevista dall’articolo 595 del Codice penale. La qualificazione concreta dipende da che cosa è stato detto, a chi, con quale mezzo e in quale contesto. Dichiarazioni rese all’autorità, testimonianze e pubblicazioni online seguono regole diverse e devono essere valutate caso per caso.

La legge è neutrale rispetto al sesso: questi reati possono essere commessi da una donna o da un uomo. Qui parliamo della donna perché questa è la situazione posta nella domanda, non perché esista una responsabilità penale speciale legata al genere.

6) Il risarcimento dei danni non è automatico.

Una falsa accusa può danneggiare reputazione, lavoro, rapporti familiari, salute e vita sociale. L’articolo 2043 del Codice civile impone a chi causa con dolo o colpa un danno ingiusto di risarcirlo. Possono assumere rilievo anche i danni non patrimoniali, purché siano allegati e provati secondo le regole applicabili.

Non esiste però un tariffario delle false accuse. L’uomo deve dimostrare il fatto illecito, il danno e il collegamento tra i due. Sono utili, secondo il caso, documenti sulla perdita di incarichi o opportunità, spese sostenute, comunicazioni ricevute, conseguenze mediche documentate e diffusione delle dichiarazioni.

Se la falsa ricostruzione viene sostenuta anche in una causa civile con mala fede o colpa grave, il giudice può applicare la responsabilità aggravata prevista dall’articolo 96 del Codice di procedura civile, oltre a pronunciarsi sulle spese. Anche qui servono presupposti precisi: perdere una causa non significa automaticamente aver agito in mala fede.

7) Che cosa può accadere nel lavoro e nella famiglia.

Un’accusa di molestie sul lavoro può attivare verifiche interne, provvedimenti cautelari e procedimenti disciplinari. L’uomo deve chiedere per iscritto di conoscere gli addebiti nei limiti consentiti, conservare le comunicazioni e coordinare la difesa lavoristica con quella penale. Una successiva smentita non cancella da sola il danno professionale già prodotto.

Nelle separazioni conflittuali, accuse di violenza o abuso possono incidere sulle decisioni urgenti riguardanti casa, contatti e figli. La priorità del giudice resta la protezione del minore. Se emerge che un genitore ha costruito consapevolmente accuse false o ha coinvolto il figlio nel conflitto, quella condotta può essere valutata nelle decisioni sull’affidamento e sulla responsabilità genitoriale; non esiste, tuttavia, una sanzione familiare automatica uguale per tutti i casi.

La tutela richiede quindi due binari coordinati: difendersi dall’accusa e impedire che il procedimento venga usato per consolidare nel tempo una situazione familiare basata su fatti falsi.

8) Quando denunciare la calunnia o chiedere i danni.

Non esiste una regola secondo cui devi contrattaccare il giorno stesso. Una denuncia prematura, scritta sotto l’effetto della rabbia e senza conoscere gli atti, può essere incompleta o strategicamente dannosa. D’altra parte, aspettare senza controllo può far perdere prove e termini.

Il difensore deve acquisire ciò che è accessibile del procedimento, confrontare le diverse versioni, verificare gli elementi oggettivi e scegliere il momento corretto. A seconda dei fatti si potrà valutare:

  • una denuncia per calunnia o per altri reati concretamente configurabili;
  • una querela per le dichiarazioni diffamatorie diffuse fuori dalle sedi competenti;
  • la costituzione di parte civile nel procedimento penale contro l’accusatrice;
  • un’azione civile autonoma per il risarcimento;
  • iniziative urgenti per fermare la diffusione di contenuti lesivi;
  • richieste specifiche nei procedimenti familiari o lavoristici coinvolti.

Non usare una denuncia come minaccia per ottenere silenzio, denaro, rinunce sull’affidamento o altri vantaggi. L’azione legale deve servire ad accertare i fatti e riparare il danno, non a creare una nuova forma di pressione.

9) Gli errori che possono distruggere una buona difesa.

Anche un uomo innocente può peggiorare la propria posizione se reagisce male. Evita soprattutto di pubblicare nomi e dettagli, insultare la donna, diffondere materiale intimo, chiedere agli amici di contattarla, concordare versioni con i testimoni o violare divieti di avvicinamento e comunicazione.

Non raccontare sui social ogni passaggio della strategia difensiva. La rete non è un tribunale e i commenti favorevoli non sono prove. Una comunicazione impulsiva può essere acquisita, decontestualizzata e usata nel procedimento.

La linea più forte è spesso meno spettacolare: silenzio pubblico, prove ordinate, difesa tecnica e rispetto rigoroso delle regole. L’obiettivo non è vincere una guerra narrativa in ventiquattro ore, ma arrivare all’accertamento con una ricostruzione verificabile.

10) Altri casi utili per capire il problema.

In False accuse e affido al padre: cosa dice la Cassazione ho spiegato perché accuse reiterate e prive di riscontri possono assumere rilievo anche nelle decisioni familiari, senza che ogni archiviazione dimostri automaticamente la calunnia.

Ho affrontato anche le minacce di false accuse come possibile forma di controllo nel post Uomini uccisi dalle partner: il lato ignorato della violenza. Riconoscere questo rischio non significa screditare le vittime autentiche: significa pretendere che ogni persona venga protetta sulla base dei fatti, senza presunzioni legate al sesso.

11) Passa all’azione.

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Autostima maschile quando il desiderio si spegne

1) Il desiderio maschile non è un interruttore.

Si parla spesso del desiderio maschile come se fosse automatico, costante e sempre disponibile. È uno stereotipo comodo, ma falso. Un uomo può attraversare periodi nei quali l’interesse sessuale diminuisce, si presenta soltanto in certe condizioni oppure sembra scomparire. Non significa necessariamente che non ami più la partner, che desideri un’altra persona o che ci sia qualcosa di irrimediabilmente rotto.

Il desiderio nasce dall’incontro di molti fattori. Una revisione sistematica sul desiderio sessuale maschile descrive una combinazione di elementi biologici, psicologici, sessuali, relazionali e culturali. Depressione, ansia, conflitti, comunicazione, attrazione, soddisfazione, salute e modelli di mascolinità possono concorrere in modi diversi.

L’autostima conta, dunque, ma non è l’unica manopola da girare. Ridurre ogni calo del desiderio a una scarsa fiducia in se stessi sarebbe semplicistico quanto attribuirlo sempre al testosterone.

2) Dove entra in gioco l’autostima maschile.

L’intimità richiede di esporsi. Nel sesso non mostri soltanto il corpo: mostri desideri, esitazioni, sensibilità e bisogno dell’altra persona. Se ti senti inadeguato, giudicato o privo di valore, questa esposizione può diventare faticosa. La mente comincia a proteggersi proprio dalla situazione nella quale teme di fallire.

L’insicurezza non riguarda solo l’aspetto fisico. Può nascere da un licenziamento, da difficoltà economiche, da un conflitto familiare, da un cambiamento del corpo, da un insuccesso professionale o dalla sensazione di non corrispondere all’immagine dell’uomo che “deve sempre farcela”. Il problema esterno entra nella camera da letto perché modifica il modo in cui ti percepisci.

Questa connessione non implica che ogni uomo insicuro perda il desiderio. Significa piuttosto che, per alcuni, la svalutazione personale rende più difficile sentirsi liberi, presenti e disponibili all’incontro.

3) Autostima generale e autostima sessuale non coincidono.

Puoi essere competente nel lavoro e sentirti fragile nell’intimità. Puoi avere un buon rapporto con il tuo corpo e temere comunque di non soddisfare la partner. È utile distinguere l’autostima generale dall’autostima sessuale: la seconda riguarda il modo in cui valuti te stesso come persona desiderabile, capace di dare e ricevere piacere e libera di comunicare ciò che sente.

In un ampio studio su uomini di 45 anni, una maggiore autostima sessuale risultava associata a una minore probabilità di riferire scarso desiderio. Lo studio sui fattori associati al basso desiderio non prova che l’una causi direttamente l’altro, ma conferma che il legame merita attenzione insieme a problemi erettili, condizioni fisiche e abitudini di vita.

La parola importante è “associazione”. Il desiderio può influenzare l’autostima e l’autostima può influenzare il desiderio. Spesso non esiste un’unica direzione.

4) L’ansia da prestazione crea un circolo vizioso.

Quando l’intimità diventa un esame, l’attenzione si sposta dalle sensazioni al controllo. Invece di vivere il momento, cominci a sorvegliarti: avrò desiderio, riuscirò ad avere un’erezione, durerò abbastanza, deluderò la partner? Più controlli la risposta del corpo, più aumenta la tensione; più aumenta la tensione, più diventa difficile lasciarsi andare.

Un episodio occasionale viene allora interpretato come una sentenza: “non funziono”. Al tentativo successivo arrivi già in allarme. L’eventuale nuova difficoltà sembra confermare il giudizio negativo e abbassa ulteriormente la fiducia. La letteratura clinica considera l’ansia da prestazione sessuale un fenomeno complesso, collegato ai problemi sessuali ma non riducibile a una sola spiegazione.

Per spezzare il circuito devi smettere di considerare ogni incontro una verifica della tua virilità. Il sesso non è una prova atletica e il desiderio non è un certificato di valore personale.

5) Prima di accusare la mente, controlla anche il corpo.

Un calo persistente del desiderio non va affrontato soltanto con frasi motivazionali. Può essere collegato a stress, ansia, depressione, problemi di coppia, difficoltà erettili, alcol, farmaci o condizioni come diabete, malattie cardiache e disturbi della tiroide. Anche gli ormoni possono avere un ruolo, ma la loro valutazione richiede sintomi, visita ed eventuali esami: non basta riconoscersi in un video online.

Il servizio sanitario britannico sulle cause del calo della libido raccomanda di rivolgersi a un medico quando il problema preoccupa, persiste oppure potrebbe dipendere da una terapia farmacologica. È un’indicazione di buon senso: prima di costruire una teoria sul tuo carattere, escludi le cause che richiedono un intervento sanitario.

Non sospendere farmaci di tua iniziativa e non iniziare terapie ormonali o rimedi fai-da-te sulla base di una pubblicità. Curare la causa corretta è molto diverso dal comprare una promessa.

6) Il silenzio trasforma una difficoltà in distanza.

Molti uomini non parlano del calo del desiderio perché temono di perdere credibilità. La partner, lasciata senza spiegazioni, può interpretare il ritiro come rifiuto, tradimento o mancanza d’amore. A quel punto crescono tensione e risentimento, proprio le condizioni che possono ridurre ulteriormente il desiderio.

Parlarne non significa consegnare all’altra persona la responsabilità di guarirti. Significa darle informazioni vere per non costringerla a riempire il vuoto con le proprie paure. Puoi dire: “In questo periodo mi sento sotto pressione e faccio fatica a essere presente; non è un giudizio su di te e voglio capire che cosa sta succedendo”.

Anche la reazione della partner conta. Derisione, ricatti, confronti umilianti e pressioni non aiutano. L’intimità richiede consenso e rispetto da entrambe le parti: nessun uomo deve dimostrare il proprio amore rendendosi sessualmente disponibile quando non lo desidera.

7) Come ricostruire sicurezza senza fingere.

Io partirei da azioni piccole e verificabili, non dall’ordine astratto di “avere più autostima”. Puoi cominciare così:

  • osserva quando il desiderio diminuisce e che cosa stava accadendo nelle ore o nei giorni precedenti;
  • separa il desiderio dall’erezione e la qualità dell’incontro dalla prestazione;
  • riduci il confronto con pornografia, racconti degli amici e modelli irrealistici di mascolinità;
  • cura sonno, movimento, consumo di alcol e recupero dallo stress;
  • parla con la partner senza aspettare che il problema diventi una crisi;
  • chiedi una valutazione medica o psicologica quando la difficoltà persiste.

L’obiettivo non è obbligarti ad avere voglia. È creare le condizioni nelle quali il corpo e la mente possano tornare a rispondere senza minaccia, vergogna e giudizio.

8) Quando è opportuno chiedere aiuto.

Non esiste una frequenza “giusta” del desiderio valida per tutti. Conta il cambiamento rispetto al tuo equilibrio abituale e il disagio che produce. Una valutazione professionale diventa particolarmente utile quando il calo è improvviso, dura nel tempo, genera sofferenza nella coppia, si accompagna a difficoltà erettili, stanchezza marcata, dolore, depressione o altri sintomi fisici e psicologici.

Il primo interlocutore può essere il medico di base, che valuterà la situazione complessiva e gli eventuali approfondimenti. A seconda delle cause possono essere utili un andrologo, un urologo, uno psicologo, uno psicoterapeuta o un professionista con formazione in sessuologia.

Chiedere aiuto non conferma che sei inadeguato. Dimostra che hai smesso di usare il silenzio come unica strategia.

9) Un’identità maschile più solida.

Nel post Come essere un uomo? ho scritto che un uomo ammette i propri errori, affronta i problemi e non cerca continuamente convalida dagli altri. Questa idea vale anche nell’intimità, purché non venga scambiata per l’obbligo di essere invulnerabili.

La solidità non consiste nel funzionare sempre. Consiste nel non mentire a te stesso, nel non colpevolizzare automaticamente la partner e nel cercare la causa reale di ciò che stai vivendo. L’autostima cresce quando ti tratti come una persona da comprendere e responsabilizzare, non come una macchina difettosa.

Il desiderio maschile può cambiare. Il tuo valore no. Ma proprio perché hai valore, meriti di occuparti seriamente di un disagio che interferisce con la salute, la relazione o la qualità della vita.

10) Passa all’azione.

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Difendere Lindsay Clancy può chiudere una relazione

1) Che cosa è successo ai figli di Lindsay Clancy.

Il 24 gennaio 2023 Lindsay Clancy uccise i suoi tre figli nella casa di famiglia a Duxbury, nello Stato americano del Massachusetts. Cora aveva cinque anni, Dawson tre e Callan otto mesi. I bambini furono strangolati con fasce elastiche da esercizio. Subito dopo, la madre tentò di togliersi la vita gettandosi da una finestra e rimase paralizzata dalla vita in giù.

Il processo è in corso mentre scrivo. Lindsay Clancy si è dichiarata non colpevole delle accuse di omicidio. Accusa e difesa concordano sul fatto materiale che sia stata lei a uccidere i bambini; il punto discusso davanti alla giuria è se, in quel momento, fosse penalmente responsabile delle proprie azioni.

La difesa sostiene che soffrisse di psicosi postpartum, aggravata da depressione, disturbo bipolare e trattamenti farmacologici inadeguati. L’accusa sostiene invece che avesse pianificato gli omicidi, facendo uscire il marito di casa con un pretesto, e che sapesse distinguere il bene dal male. Come risulta dalla cronaca aggiornata del processo, saranno i giurati a valutare testimonianze, perizie e responsabilità penale.

Questo va ricordato per non sostituirsi al tribunale. Ma va ricordato anche un altro dato, che nessuna discussione sulla diagnosi può cancellare: tre bambini sono morti e un padre li ha trovati senza vita.

2) La psicosi postpartum è una vera emergenza.

La psicosi postpartum non è tristezza, stanchezza o semplice depressione dopo il parto. È una patologia rara e grave che può comportare deliri, allucinazioni, mania, confusione e perdita del contatto con la realtà. Secondo il servizio sanitario britannico, colpisce circa una madre ogni mille e deve essere trattata come un’emergenza medica.

Prendere sul serio questa malattia significa riconoscerne i sintomi, intervenire subito e proteggere sia la madre sia i figli. Non significa però diagnosticare a distanza una persona perché la sua vicenda è diventata virale. Nel processo Clancy, esperti della difesa e dell’accusa hanno espresso conclusioni diverse: per alcuni era psicotica e incapace di comprendere la gravità delle proprie azioni; per altri soffriva di una depressione severa, ma conservava la capacità di controllarsi e capire che cosa fosse giusto o sbagliato.

La compassione e la responsabilità non sono concetti incompatibili. Puoi sostenere che una persona gravemente malata debba ricevere cure adeguate e, nello stesso tempo, rifiutare che una diagnosi ipotizzata diventi uno slogan con cui mettere in secondo piano le vittime.

3) Che cosa significa davvero “sostenere Lindsay Clancy”.

Attorno al processo è nato un movimento di sostegno. Centinaia di persone, soprattutto donne vestite di rosa, si sono riunite davanti al tribunale con messaggi dedicati a Clancy e alla salute mentale materna. Sui social, però, la parola “sostegno” viene usata per posizioni molto diverse.

C’è chi chiede servizi migliori per la salute mentale perinatale, chi vuole che la difesa psichiatrica sia valutata seriamente e chi manifesta umana pietà per una donna distrutta. Queste posizioni sono legittime e non equivalgono necessariamente a giustificare l’uccisione dei bambini.

Ma c’è anche chi sembra concedere alla madre un’innocenza morale automatica, prima del verdetto, oppure tratta i tre figli come una nota a margine della sofferenza adulta. È qui che molti uomini vedono qualcosa di profondamente inquietante. Se la persona con cui pensi di avere figli mostra una gerarchia morale nella quale la madre merita comprensione incondizionata mentre i bambini scompaiono dal racconto, non stai discutendo di una sfumatura politica: stai scoprendo una differenza radicale su protezione, responsabilità e valore della vita.

4) Quegli uomini fanno bene a lasciare.

Circolano racconti di uomini che avrebbero interrotto la relazione con fidanzate schierate in difesa di Lindsay Clancy. Non esistono dati affidabili per stabilire quanti siano, quindi non ha senso presentare il fenomeno come una tendenza misurata. Il principio, tuttavia, resta chiarissimo: se un uomo ascolta la posizione della compagna e la considera incompatibile con i propri valori, fa benissimo a lasciarla.

Una relazione sentimentale non è un posto di lavoro, un servizio pubblico o un tribunale. Nessuno possiede il diritto alla permanenza dell’altro. Per stare insieme occorrono fiducia, stima e una visione sufficientemente comune delle questioni fondamentali. La sicurezza dei figli è certamente una di queste.

Un uomo che immagina quella donna come possibile madre dei propri bambini ha il diritto di domandarsi come ragionerebbe davanti a una crisi familiare, a un disturbo psichico o a un pericolo. Se la risposta lo spaventa, non è obbligato ad aspettare una gravidanza per verificare se i suoi timori fossero fondati. Andarsene prima è più prudente, più onesto e perfino più rispettoso che costruire una famiglia sopra un’incompatibilità già visibile.

5) Anche gli uomini possono avere preferenze e limiti.

Da anni si dice giustamente alle donne di osservare i segnali d’allarme, scegliere con cura il partner e interrompere una relazione quando emergono valori incompatibili. Lo stesso diritto appartiene agli uomini. Non serve che la ragione della rottura sia approvata da un comitato esterno: basta che riguardi un limite autentico e non venga trasformata in violenza, minaccia o persecuzione.

Una donna può non volere un uomo che sostiene una certa causa, che ha una determinata idea della famiglia o che reagisce in un certo modo a un fatto di cronaca. Un uomo può fare esattamente lo stesso. La libertà affettiva comprende la libertà di scegliere, di rifiutare e di cambiare idea. La parità non consiste nel riconoscere preferenze soltanto a un sesso.

Questo non significa che ogni divergenza richieda una separazione. Significa che ciascuno decide quali differenze può accogliere e quali distruggono la stima necessaria per continuare. Se per te la difesa incondizionata di una madre che ha ucciso i propri figli è un limite invalicabile, hai pieno diritto di considerarla tale.

6) Comprendere non vuol dire assolvere automaticamente.

Il marito di Lindsay Clancy ha dichiarato di averla perdonata e di considerarla malata, non malvagia. È una scelta umana che appartiene a lui, segnata da un dolore che nessun estraneo può misurare. Proprio lo stesso principio impone di rispettare l’uomo che, osservando quella vicenda e la reazione della propria compagna, decide invece di non voler proseguire la relazione.

Non puoi invocare la libertà di Clancy, dei suoi sostenitori o del marito e poi negare la libertà di chi trae conclusioni diverse. La comprensione non può essere imposta. Il perdono non è un tributo dovuto. E l’amore non è un contratto irrevocabile che obbliga a restare quando viene meno la fiducia nel carattere dell’altro.

La vera maturità sta nel sostenere contemporaneamente tre verità: la psicosi postpartum esiste ed è un’emergenza; la responsabilità penale di Clancy deve essere decisa sulla base delle prove; tre bambini innocenti sono le vittime centrali di questa storia.

7) Prima dei figli bisogna parlare delle cose difficili.

Molte coppie discutono di casa, matrimonio e nomi dei futuri bambini, ma evitano le domande scomode. Un caso estremo come questo può diventare l’occasione per capire davvero chi hai accanto. Prima di costruire una famiglia, prova a confrontarti su alcuni punti:

  • che cosa significa proteggere un figlio quando uno dei genitori sta male;
  • quando la compassione rischia di diventare giustificazione;
  • quale spazio devono avere cure psichiatriche, intervento dei familiari e servizi di emergenza;
  • se responsabilità e indulgenza cambiano a seconda del sesso di chi compie un atto;
  • quali segnali renderebbero necessario mettere immediatamente i bambini al sicuro.

Non cerchi una persona che ripeta le tue parole. Cerchi una persona della quale poterti fidare quando la vita smette di essere semplice. Le discussioni sui casi di cronaca hanno un valore proprio perché, a volte, rivelano criteri morali che nella quotidianità restano nascosti.

8) Il doppio standard non protegge nessuno.

Su questo blog abbiamo già parlato della rimozione delle vittime maschili in Uomini uccisi dalle partner: il lato ignorato della violenza e del modo in cui la narrazione cambia quando l’autrice della violenza è una donna in La casa delle madri assassine. Il caso Clancy aggiunge un elemento ancora più doloroso: le vittime sono tre bambini.

Difendere cure migliori per le madri è necessario. Difendere il diritto dei bambini alla sicurezza lo è altrettanto. Se una società riesce a vedere soltanto la sofferenza dell’adulto e non quella delle vittime, non sta facendo giustizia né prevenzione.

Gli uomini che si allontanano da una compagna perché non ne condividono la bussola morale non stanno punendo tutte le donne e non stanno emettendo una sentenza su Clancy. Stanno esercitando una scelta personale sulla propria vita e sulla possibile madre dei propri figli. È una scelta legittima. E, quando la fiducia è venuta meno su un punto così fondamentale, è spesso la scelta migliore.

9) Passa all’azione.

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Uomini uccisi dalle partner il lato ignorato della violenza

1) Due delitti non fanno una statistica.

Nel 2026, a poche settimane di distanza, due uomini sono stati uccisi a coltellate nel territorio modenese. Nel primo caso è stata arrestata la compagna della vittima; nel secondo, avvenuto a Montese, la moglie è stata arrestata dopo due settimane di indagini. Si tratta di procedimenti ancora nella fase delle indagini: responsabilità e moventi dovranno essere accertati nel processo, nel rispetto della presunzione di innocenza.

Due casi non autorizzano a proclamare un’emergenza statistica né un improvviso ribaltamento della violenza omicida in Italia. I numeri locali sono troppo piccoli per dimostrare una tendenza. Ma due morti sono comunque due vite spezzate e pongono una domanda che troppo spesso resta ai margini: sappiamo riconoscere un uomo come vittima di violenza, soprattutto quando chi lo aggredisce è la sua partner?

La risposta non dovrebbe dipendere dal sesso dell’autore o della vittima. La violenza va osservata per ciò che fa, per il pericolo che crea e per le persone che distrugge.

2) Che cosa dicono davvero i dati nazionali.

I dati più recenti e consolidati invitano a evitare sia la rimozione sia la propaganda. Secondo i dati Istat sugli omicidi del 2024, in Italia sono state uccise 327 persone: 211 uomini e 116 donne. Nei casi con autore individuato, l’88,3% degli autori era costituito da uomini.

Le donne autrici di omicidio erano 35 e in circa tre casi su quattro avevano ucciso un uomo. Guardando soltanto alla coppia, le donne uccise da un partner o da un ex partner erano 62 e in 61 casi l’autore era un uomo; gli uomini uccisi dalla partner erano otto e in tutti gli otto casi l’autrice era una donna.

Questi numeri raccontano contemporaneamente due verità:

  • la violenza omicida è commessa in grande maggioranza da uomini;
  • le donne uccise nella coppia sono molte più degli uomini;
  • gli uomini uccisi dalle partner esistono e non possono essere trattati come un errore statistico.

Riconoscere l’asimmetria è doveroso. Usarla per cancellare la minoranza delle vittime sarebbe invece intellettualmente disonesto e umanamente ingiusto.

3) Perché l’uomo vittima diventa invisibile.

Molti uomini crescono con l’idea di dover essere sempre forti, autosufficienti e capaci di controllare ogni situazione. Quando subiscono violenza nella coppia possono provare vergogna, temere di essere derisi o pensare che nessuno crederà loro. Se l’aggressore è una donna, lo stereotipo diventa ancora più pesante: «Sei più grosso, difenditi»; «Non può averti fatto davvero male»; «Un uomo non si fa maltrattare».

Questo copione è pericoloso. La violenza domestica non coincide soltanto con la superiorità fisica e non comincia con l’omicidio. Può manifestarsi attraverso:

  • minacce e aggressioni fisiche;
  • umiliazioni sistematiche e isolamento;
  • controllo economico e distruzione dei beni;
  • ricatti affettivi o minacce di false accuse;
  • uso dei figli come strumento di pressione;
  • persecuzione dopo la fine della relazione.

Non tutte le relazioni conflittuali sono violente e non ogni litigio è un reato. Il punto di svolta si raggiunge quando paura, controllo, minaccia e sopraffazione diventano una struttura stabile del rapporto.

4) La legge distingue, la protezione non deve escludere.

La legge 2 dicembre 2025 n. 181 ha introdotto nel codice penale il delitto di femminicidio. La fattispecie riguarda la morte di una donna quando ricorrono specifiche motivazioni di odio, discriminazione, prevaricazione, controllo, possesso o dominio in quanto donna, oppure quando il fatto è collegato al rifiuto di una relazione o alla limitazione delle sue libertà individuali.

Se la vittima è un uomo quella fattispecie, per definizione, non si applica. Ciò non significa però che l’omicidio dell’uomo resti senza risposta o senza aggravanti: continuano ad applicarsi il delitto di omicidio e, quando ne ricorrono i presupposti, le aggravanti previste per il fatto commesso contro il coniuge, il convivente o la persona legata da una relazione affettiva.

Il dibattito sulle parole e sulle scelte del legislatore è legittimo. Ma non deve oscurare il bisogno essenziale: ogni persona in pericolo deve poter essere ascoltata, creduta quanto basta per attivare verifiche serie e protetta sulla base dei fatti, senza dover prima corrispondere al profilo della vittima che l’opinione pubblica si aspetta.

5) Proteggere gli uomini non toglie nulla alle donne.

Ogni volta che si parla di uomini vittime compare il sospetto che si voglia minimizzare la violenza contro le donne. È una falsa alternativa. I dati dimostrano che le donne corrono un rischio molto maggiore di essere uccise da partner ed ex partner; gli stessi dati dimostrano che esistono uomini uccisi dalle compagne.

Una prevenzione credibile deve riuscire a tenere insieme entrambi i fatti. Non serve una gara tra morti, non serve cercare quale sesso sia moralmente peggiore e non serve trasformare ogni delitto in un’arma ideologica. Serve individuare i fattori concreti di rischio: precedenti aggressioni, minacce, disponibilità di armi, escalation dei conflitti, dipendenze, isolamento, controllo ossessivo e incapacità di accettare la fine della relazione.

Sul modo selettivo con cui nominiamo le vittime avevo già scritto provocatoriamente in Meno male non è un femminicidio. Avevo inoltre affrontato il problema di una lettura che attribuisce automaticamente la violenza a un solo sesso parlando della casa delle madri assassine.

6) Che cosa può fare un uomo che subisce violenza.

La vergogna e il silenzio proteggono l’aggressore, non la vittima. Se vivi una situazione di violenza, la priorità non è dimostrare di essere forte: è metterti in sicurezza e impedire che l’escalation continui.

Puoi cominciare così:

  • se il pericolo è immediato, allontanati e chiama il 112;
  • non reagire con altra violenza, salvo quanto strettamente necessario per sottrarti a un’aggressione in corso;
  • fai documentare le lesioni da un medico o dal pronto soccorso;
  • conserva messaggi, fotografie, referti e altri elementi utili in un luogo sicuro;
  • racconta i fatti a una persona fidata, evitando di restare isolato;
  • chiedi rapidamente assistenza legale per valutare denuncia, misure di protezione e tutela dei figli;
  • prepara un piano pratico per uscire dalla casa o dalla relazione senza esporti a nuovi rischi.

Chiedere aiuto non ti rende meno uomo. Restare vivo, proteggere i tuoi figli e interrompere una relazione violenta sono atti di responsabilità.

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Buon Ferragosto: riposo, presenza e responsabilità

1) Buon Ferragosto a chi c’è.

Buon Ferragosto a te che oggi sei in vacanza, in viaggio, con la famiglia, con gli amici oppure al lavoro. Le feste mettono spesso in evidenza una qualità semplice ma non scontata: esserci davvero, non soltanto risultare presenti.

Io sono via e tornerò a Vignola il 25 agosto, ma resto pienamente operativo. La foto scattata durante il viaggio in camper racconta una pausa conquistata senza abbandonare le responsabilità che meritano attenzione.

viaggio in camper a ferragosto

2) Di che cosa parla Mondo di uomini.

Mondo di uomini è uno spazio dedicato all’identità maschile, alle relazioni, alla paternità, alla responsabilità e al modo in cui gli uomini possono stare nel mondo senza rifugiarsi né negli stereotipi né nel vittimismo.

Dietro il blog ci sono osservazione, esperienza professionale e personale, letture, confronto e molta revisione. Parlare di uomini oggi richiede precisione: bisogna distinguere forza da prepotenza, cura da controllo, responsabilità da sacrificio esibito. Ogni articolo prova ad aprire una conversazione adulta.

3) Come posso esserti utile.

Se stai attraversando una separazione, un conflitto familiare, una difficoltà di coppia o un passaggio legato alla paternità, posso aiutarti a leggere insieme gli aspetti giuridici, relazionali e strategici. Spesso il problema peggiora quando viene affrontato soltanto come una battaglia da vincere.

Posso offrirti consulenza legale, ascolto e un confronto orientato alle scelte concrete. L’obiettivo non è dirti che cosa deve essere un uomo, ma aiutarti a diventare più consapevole, affidabile e libero nelle decisioni che ti riguardano.

4) Essere reperibile senza rinunciare alla pausa.

Nel post pubblicato oggi su Avvocati dal volto umano, Aperto per ferie: dal camper continuo a riceverti, spiego come mi sono organizzato per continuare a lavorare anche dal camper.

Rientrerò a Vignola il 25 agosto, ma fino ad allora posso gestire appuntamenti e attività a distanza. Per me responsabilità non significa essere sempre connessi: significa predisporre strumenti e confini che consentano di rispondere bene quando serve.

5) Oggi si mangia alla griglia.

Io oggi farò una bella grigliata. La fotografia mostra carne e patate che cuociono sulla piastra: una scena concreta, senza grandi teorie, fatta per essere condivisa.

grigliata di ferragosto

Preparare da mangiare per gli altri è anche un piccolo gesto di cura. Non serve trasformarlo in una prova di virilità: basta rispettare il fuoco, i tempi e le persone che siederanno a tavola.

6) Gli auguri di Yuudai.

Buon Ferragosto anche da parte di Yuudai. Nella foto è seduto e sorridente davanti alla porta: una presenza allegra che non ha bisogno di dimostrare nulla per farsi voler bene.

yuudai auguri di ferragosto

7) Gli altri spazi che curo.

Mondo di uomini è uno dei miei blog. Se vuoi allargare lo sguardo, puoi seguire anche:

8) I miei account personali.

Se vuoi seguirmi anche sui social, mi trovi qui:

9) Dimmi dove sei e che cosa fai.

Lascia un commento e raccontami il tuo Ferragosto: sei in ferie o al lavoro? Sei partito in camper, sei in albergo, sei rimasto a casa o hai scelto altro? Che cosa fai oggi e che cosa mangerai? Sono curioso soprattutto di sapere chi si occuperà della griglia e come verrà diviso il lavoro.

10) Passa all’azione.

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