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Il lato misandrico del femminismo che non va taciuto

1 – Il femminismo non è soltanto ciò che dice di essere.

Il femminismo viene spesso presentato, per definizione, come emancipazione, uguaglianza, diritti umani e progresso. Da questa premessa discende una conseguenza molto comoda: ogni critica al femminismo può essere liquidata come un attacco ai diritti delle donne.

La storia è più complessa. Il femminismo ha contribuito a battaglie giuste: accesso all’istruzione, capacità giuridica, partecipazione politica, libertà professionale e contrasto alle discriminazioni. Negarlo sarebbe falso. Ma è altrettanto falso trasformare un movimento vasto, diviso in correnti spesso incompatibili, in una realtà moralmente pura.

Accanto alle rivendicazioni di pari dignità sono esistite teorie fondate sul conflitto tra i sessi, sulla colpa collettiva maschile e, in alcuni casi, su un disprezzo esplicito degli uomini. Non sono invenzioni degli avversari: si trovano nelle parole di autrici influenti e nei testi del femminismo radicale. Riconoscerlo non significa sostenere che ogni femminista odi gli uomini. Significa rifiutare l’idea che l’odio diventi accettabile quando cambia il sesso del bersaglio.

2 – Engels: liberazione femminile e abolizione della famiglia economica.

Friedrich Engels

Pagina di Friedrich Engels su Wikipedia italiana

«La prima condizione per la liberazione della donna è riportare l’intero sesso femminile nell’attività produttiva pubblica; questo, a sua volta, richiede l’abolizione della famiglia monogamica come unità economica della società.»

La frase è sostanzialmente autentica e proviene da L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, pubblicato nel 1884. Engels non sta chiedendo di vietare l’amore monogamico o di separare genitori e figli per decreto. La sua analisi è economica: ritiene che la dipendenza domestica della moglie e la funzione patrimoniale della famiglia sarebbero superate dalla partecipazione delle donne alla produzione sociale e dalla trasformazione socialista della proprietà.

Il contesto attenua una lettura semplicistica, ma non elimina il punto politico: una parte importante del pensiero che influenzerà il femminismo socialista considera la famiglia monogamica non soltanto un legame privato, bensì una struttura economica da superare. Engels, peraltro, era un uomo e non può essere classificato automaticamente come autore femminista; è però una delle matrici teoriche di quelle correnti.

3 – Firestone: rivoluzione sessuale e superamento della famiglia.

Shulamith Firestone

Pagina di Shulamith Firestone su Wikipedia italiana

«L’obiettivo finale della rivoluzione femminista non deve essere soltanto l’eliminazione del privilegio maschile, ma della stessa distinzione sessuale.»

Questa è la formulazione fedele della tesi esposta in The Dialectic of Sex: le differenze genitali, secondo Firestone, non avrebbero più dovuto possedere alcun significato culturale. In altri passaggi l’autrice sostiene inoltre il superamento della famiglia biologica o nucleare tradizionale e propone forme collettive di crescita dei figli. Si tratta di due idee collegate, ma è importante presentarle senza fonderle artificialmente in una sola citazione.

La correzione non assolve né condanna l’autrice: serve a discutere ciò che ha realmente sostenuto. Firestone elaborò una visione radicale nella quale tecnologia riproduttiva, liberazione dei bambini e dissoluzione dei ruoli familiari avrebbero eliminato la classe sessuale. È una teoria autenticamente rivoluzionaria, molto più ampia della semplice richiesta di pari opportunità.

4 – Gearhart e Daly: quando il bersaglio diventa la popolazione maschile.

Sally Miller Gearhart

Pagina di Sally Miller Gearhart su Wikipedia italiana

«La percentuale di uomini deve essere ridotta e mantenuta approssimativamente al 10% del genere umano.»

Questa affermazione è documentata nel saggio The Future—If There Is One—Is Female. Gearhart immaginava una trasformazione demografica ottenuta senza sterminio, attraverso il controllo femminile della riproduzione e ipotetiche tecnologie capaci di produrre soprattutto nascite femminili. Era pacifista, e questo contesto va ricordato.

Resta però una proposta di supremazia sessuale: immaginare che un sesso debba costituire appena un decimo dell’umanità significa considerarlo una presenza da contenere. Se un autore proponesse la medesima proporzione per le donne, nessuno avrebbe difficoltà a riconoscervi misoginia. Il criterio deve restare identico.

Mary Daly

Pagina di Mary Daly su Wikipedia italiana

«Se la vita deve sopravvivere su questo pianeta, la Terra deve essere decontaminata. Credo che ciò sarà accompagnato da un processo evolutivo che porterà a una drastica riduzione della popolazione maschile.»

Anche questa frase risulta documentata. Daly la pronunciò discutendo proprio la proposta di Gearhart, che aveva definito una possibilità non cattiva. Il termine «decontaminazione», accostato alla riduzione dei maschi, non descrive più soltanto la critica di comportamenti, leggi o istituzioni: associa implicitamente un gruppo umano alla contaminazione del pianeta.

Non serve attribuire a Daly un piano violento che non espresse. Basta osservare la disumanizzazione contenuta nella metafora. Il problema dell’odio politico comincia spesso prima dell’azione, quando le persone smettono di essere individui e diventano una sostanza nociva da ridurre.

5 – Morgan: l’odio degli uomini rivendicato come atto politico.

Robin Morgan

Pagina di Robin Morgan su Wikipedia italiana

«Ritengo che l’“odio verso gli uomini” sia un atto politico onorevole e praticabile…»

Il passaggio completo, pubblicato in Going Too Far, aggiunge che gli oppressi avrebbero diritto all’odio di classe contro la classe che li opprime. Morgan ammette l’esistenza di eccezioni individuali, ma descrive comunque gli uomini come classe dominante e legittima l’odio nei loro confronti.

Qui la misandria non è un’interpretazione ostile applicata dall’esterno: è nominata e difesa dall’autrice. Si può comprendere la rabbia nata da violenze e discriminazioni senza trasformarla in un principio morale. Comprendere l’origine di un odio non significa dichiararlo onorevole.

6 – Solanas: l’uomo ridotto a oggetto subumano.

Valerie Solanas

Pagina di Valerie Solanas su Wikipedia italiana

«Definire un uomo un animale significa fargli un complimento: è una macchina, un dildo ambulante.»

La frase proviene dallo SCUM Manifesto. Il testo è stato interpretato come programma politico, provocazione, satira nera o performance letteraria. Qualunque interpretazione si scelga, il linguaggio è deliberatamente disumanizzante: il maschio viene privato di empatia, interiorità e valore.

Solanas non rappresenta tutte le donne e nemmeno tutto il femminismo. Sarebbe assurdo usarla come prova unica contro un universo di idee molto più grande. È però altrettanto scorretto fingere che il suo manifesto non sia stato pubblicato, discusso, ristampato e inserito nella storia del femminismo radicale. Un movimento si valuta anche dal modo in cui tratta le proprie espressioni estreme: se le critica, le marginalizza oppure le trasforma in icone trasgressive.

7 – Dworkin: una frase autentica, ma pronunciata da una voce narrativa.

Andrea Dworkin

Pagina di Andrea Dworkin su Wikipedia italiana

«Voglio vedere un uomo picchiato fino a ridurlo a una poltiglia sanguinolenta, con una scarpa dal tacco alto ficcata in bocca, come una mela nella bocca di un maiale.»

Queste parole compaiono nel romanzo Mercy. Il dettaglio è decisivo: appartengono alla voce in prima persona di un personaggio segnato da violenze e stupri, dentro un’opera narrativa. Non è corretto estrarle e presentarle senza spiegazione come una proposta politica formulata direttamente da Dworkin.

Un romanziere può mettere in bocca a un personaggio pensieri brutali senza approvarli alla lettera. Dworkin sostenne certamente posizioni radicali sugli uomini, sulla pornografia e sul potere sessuale, ma questa specifica frase non dimostra da sola che desiderasse personalmente quella violenza. Se vogliamo denunciare i doppi standard, dobbiamo evitare di applicarne uno nuovo alle fonti che non ci piacciono.

8 – De Beauvoir: emancipazione o libertà negata?

Simone de Beauvoir

Pagina di Simone de Beauvoir su Wikipedia italiana

«Nessuna donna dovrebbe essere autorizzata a rimanere a casa per crescere i propri figli. La società non dovrebbe consentire questa scelta, perché, se tale scelta esistesse, troppe donne la farebbero.»

La citazione proviene da un dialogo con Betty Friedan pubblicato nel 1975. De Beauvoir aggiunse che la società avrebbe dovuto essere diversa e spiegò di temere che una scelta domestica apparentemente libera fosse in realtà prodotta dal condizionamento e dalla dipendenza economica.

Il contesto rende la tesi comprensibile, non necessariamente condivisibile. Una liberazione che toglie alle donne la possibilità di scegliere perché potrebbero scegliere «male» assume una forma paternalistica. La parità dovrebbe ampliare le alternative reali: lavorare, dedicarsi alla famiglia o combinare le due dimensioni senza essere costrette né dal marito né dallo Stato né da un’avanguardia ideologica.

9 – Che cosa mostrano davvero queste citazioni.

Le frasi non dimostrano che ogni femminista odi gli uomini. Dimostrano qualcosa di più preciso e difficilmente contestabile: correnti riconoscibili del femminismo hanno descritto il maschio come classe oppressiva, minaccia demografica, contaminazione o essere inferiore; altre hanno considerato famiglia e maternità strutture da superare, anche contro le preferenze espresse dalle stesse donne.

Il femminismo reale è fatto di molte componenti. C’è il femminismo liberale dei diritti individuali; quello socialista, che interpreta famiglia e rapporti sessuali attraverso il conflitto economico; quello radicale, che vede il dominio maschile come struttura fondamentale della società; quello separatista, che considera desiderabile ridurre al minimo relazioni e istituzioni condivise con gli uomini. Esistono inoltre femministe che rifiutano apertamente la misandria e cercano una società migliore per entrambi i sessi.

Perciò non accetto né la caricatura secondo cui ogni conquista femminile sarebbe una minaccia, né il catechismo secondo cui tutto ciò che si definisce femminista sarebbe automaticamente giusto. Come ho sostenuto parlando del lato ignorato della violenza subita dagli uomini, una società equa non sceglie in anticipo quali vittime meritino attenzione in base al sesso.

10 – Dalla critica delle ingiustizie alla misandria.

Criticare un privilegio concreto non è odio. Chiedere che una donna possa studiare, lavorare, votare, lasciare un compagno violento o ricevere la stessa tutela di un uomo è una richiesta di giustizia. La misandria comincia quando il comportamento di alcuni uomini viene trasformato in una colpa ontologica del maschio.

La si riconosce attraverso alcuni passaggi ricorrenti: l’individuo scompare dentro la classe sessuale; la sofferenza maschile viene ridicolizzata; il medesimo comportamento cambia valore morale a seconda del sesso di chi lo compie; la libertà femminile viene affermata anche a costo di negare quella maschile; famiglia, paternità e mascolinità vengono raccontate soprattutto come problemi da correggere.

Non è soltanto una questione di parole sgradevoli. Se un’intera cultura considera l’uomo colpevole per nascita, diventa più facile ignorarlo quando è vittima, presumere che sia sempre aggressore, svalutarne il ruolo di padre o chiedergli sacrifici senza riconoscergli bisogni e diritti.

11 – Le radici ideologiche non spiegano tutto.

È legittimo chiedersi quale genealogia colleghi autori e autrici tanto diversi. L’influenza di Engels e della critica marxista della famiglia esiste, soprattutto nel femminismo socialista e radicale, ma non bisogna sostituire una semplificazione con un’altra. Le pensatrici citate non ripetono tutte la stessa dottrina: hanno biografie, linguaggi e obiettivi differenti, e alcune si sono influenzate reciprocamente più di quanto siano state influenzate direttamente da Engels.

La domanda più utile è perché determinate idee vengano spesso sottratte alla critica soltanto perché pronunciate in nome della liberazione femminile. Nessun movimento dovrebbe ricevere un’immunità morale. Se una frase disumanizza gli uomini, va riconosciuta come tale anche quando nasce dentro una tradizione che ha ottenuto risultati positivi per le donne.

12 – Uscire dalla guerra tra i sessi.

La risposta alla misandria non è la misoginia. Non serve costruire una nuova ideologia nella quale tutte le donne siano manipolatrici, irresponsabili o nemiche. Sarebbe la copia speculare dello stesso errore: giudicare miliardi di persone attraverso una colpa collettiva.

Difendere gli uomini significa pretendere reciprocità. La violenza è violenza chiunque la compia; il disprezzo è disprezzo qualunque sia il bersaglio; la libertà di scegliere vale per entrambi i sessi; la famiglia può essere criticata e migliorata senza essere trattata come una patologia; la paternità non è un accessorio della maternità.

Essere un uomo solido non significa accettare in silenzio chi ti considera un problema biologico. Significa anche non lasciare che il rancore decida chi diventerai. La riflessione su come essere un uomo parte dalla responsabilità personale: confini chiari, capacità di giudizio e rifiuto di ogni odio collettivo.

13 – Parliamone partendo dalla tua esperienza.

Se questi temi incidono sulla tua relazione, sulla tua famiglia o sul modo in cui vivi la tua identità maschile, telefona allo 059 761926 e concorda un primo incontro con me, disponibile anche a distanza.

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Femminocrazia il libro che sfida il femminismo

1) Un libro che sceglie subito il conflitto.

Femminocrazia. Come e perché il femminismo danneggia tutti, di Roberto Lobosco, è un saggio pubblicato nel 2026 da Passaggio al Bosco, nella collana Bastian contrari. Ha 256 pagine, una prefazione di Francesca Totolo e il codice ISBN 9791254622346.

Già dal titolo si capisce che non vuole essere un manuale neutrale né una ricostruzione accademica delle diverse correnti femministe. È un libro di battaglia culturale: formula un’accusa, provoca il lettore e prova a rovesciare la prospettiva oggi più diffusa nel discorso pubblico.

Questa recensione riguarda precisamente tale impianto, ricostruito attraverso la presentazione editoriale e i materiali pubblicamente disponibili. Non attribuisco al volume argomenti o passaggi che non ho potuto verificare.

2) Che cosa significa «femminocrazia».

Lobosco non usa il termine per descrivere banalmente un governo composto da donne. La «femminocrazia» sarebbe, nella sua tesi, un sistema culturale capace di stabilire in anticipo chi può essere considerato vittima, chi deve essere guardato con sospetto e quali sofferenze meritano ascolto.

Il bersaglio, dunque, non sono le donne. È un’ideologia che pretende di rappresentarle tutte e che, secondo l’autore, finisce per danneggiare anche loro. Il libro mette sotto accusa la demonizzazione del maschile, la crisi della famiglia, l’uso politico della violenza, l’educazione affettiva trasformata in rieducazione ideologica e una promessa di emancipazione che rischierebbe di produrre isolamento anziché libertà.

È una distinzione essenziale. Criticare il femminismo non significa odiare le donne, così come difendere la dignità maschile non comporta negare violenze e discriminazioni reali subite dalle donne.

3) Il punto più forte: rompere l’asimmetria morale.

Il pregio maggiore del libro sta nella domanda che obbliga a porre: perché la sofferenza maschile viene così spesso minimizzata, ridicolizzata o considerata politicamente sconveniente?

Quando un uomo perde i figli, subisce violenza nella coppia, viene manipolato o vive un’accusa ingiusta, la sua storia non diventa meno vera per il solo fatto che il racconto dominante non sa dove collocarla. Ne ho parlato anche a proposito degli uomini uccisi dalle partner: riconoscere queste vittime non sottrae nulla alle altre, ma rende la giustizia meno selettiva.

Lo stesso vale nella vita privata. Un uomo non deve chiedere il permesso per stabilire quali idee ritenga incompatibili con un progetto familiare. Nel caso discusso in Difendere Lindsay Clancy può chiudere una relazione ho sostenuto proprio questo: donne e uomini sono liberi di scegliere il partner anche sulla base dei suoi valori, purché non confondano la libertà di scelta con il diritto di controllare l’altro.

4) La complementarità contro la guerra tra i sessi.

La proposta positiva del saggio sembra essere una riscoperta della complementarità. Uomo e donna non sarebbero eserciti contrapposti, né individui intercambiabili in ogni aspetto: sono persone di pari dignità, con differenze che possono diventare cooperazione, responsabilità e continuità.

Questa parte è convincente quando rifiuta insieme il disprezzo misogino e il disprezzo misandrico. Una cultura sana non ha bisogno di umiliare un sesso per restituire dignità all’altro. Ha bisogno di adulti capaci di assumersi responsabilità, porre limiti e costruire legami.

È una direzione coerente con la riflessione su come essere un uomo: la mascolinità non si recupera attraverso il rancore, ma con presenza, affidabilità e capacità di proteggere senza dominare.

5) Dove la tesi rischia di essere troppo larga.

Proprio perché il libro affronta un tema importante, bisogna evitare che una parola molto ampia come «femminismo» diventi un contenitore unico. Esistono movimenti, epoche e posizioni differenti; trattarli come un blocco perfettamente omogeneo può indebolire anche le critiche fondate.

C’è poi un rischio speculare: denunciare la guerra contro gli uomini usando un linguaggio che alimenta una nuova guerra contro le donne. Sarebbe una contraddizione. La critica è più solida quando distingue persone, idee, istituzioni e singole decisioni; lo è meno quando trasforma un’intera categoria umana nel colpevole collettivo.

Per questo considero Femminocrazia soprattutto un libro da interrogare, non un catechismo da ripetere. Le sue domande meritano spazio; le sue risposte, come tutte le tesi forti, devono restare aperte al confronto con dati, casi concreti e obiezioni.

6) La mia valutazione.

Il giudizio complessivo è positivo, con una riserva sul metodo. È utile che qualcuno contesti apertamente i doppi standard e ricordi che i diritti degli uomini non sono un favore concesso da chi domina il discorso pubblico. È altrettanto utile sostenere che una donna non coincide con il femminismo e che può rifiutarne le versioni più ideologiche senza rinunciare alla propria libertà.

Il libro appare meno persuasivo quando il tono polemico rischia di anticipare la dimostrazione. Una denuncia culturale, per incidere davvero, deve indicare con precisione norme, statistiche, incentivi e comportamenti, distinguendo ciò che è sistematico da ciò che è soltanto episodico.

In sintesi, Femminocrazia ha il merito di entrare in una stanza nella quale molti preferiscono non parlare. Non sarà una lettura comoda e non pretende di esserlo. Vale soprattutto come invito a verificare se l’uguaglianza proclamata venga applicata anche quando a chiedere ascolto, tutela o comprensione è un uomo.

7) A chi può servire questa lettura.

Il volume può interessare:

  • agli uomini che avvertono una distanza tra la retorica pubblica e la propria esperienza;
  • alle donne che non si riconoscono nell’idea di un conflitto permanente tra i sessi;
  • a chi critica queste tesi ma vuole confrontarsi con la loro formulazione più netta;
  • a chi cerca un saggio polemico da discutere, non un testo neutrale da consultare.

Non lo consiglierei a chi desidera soltanto sentirsi confermare che tutti gli uomini sono innocenti o tutte le donne colpevoli: non è questa la strada per restituire dignità al maschile.

8) Il risultato più utile: tornare alla responsabilità individuale.

La categoria del sesso non deve cancellare la persona. Una donna può essere vittima o responsabile; lo stesso vale per un uomo. Un’idea va giudicata per i suoi effetti e per la qualità degli argomenti, non per l’identità di chi la esprime.

Questa è, a mio avviso, la conseguenza più feconda del libro: uscire dai copioni automatici. Nessuno deve essere creduto o condannato in base al sesso; nessuno deve essere protetto dalle conseguenze delle proprie azioni per appartenenza a una categoria considerata moralmente superiore.

La parità autentica comincia quando applichiamo a tutti lo stesso metro, conservando attenzione per le differenze reali ma rinunciando ai privilegi narrativi.

9) Dove cercare il libro.

Quello seguente è un link affiliato: se acquisti attraverso di esso potrei ricevere una piccola commissione, senza alcun sovrapprezzo per te. Disponibilità e prezzo possono cambiare, quindi controllali direttamente nella pagina di Amazon.

10) Porta il confronto nella tua vita concreta.

Se questi temi toccano una difficoltà familiare o relazionale che stai vivendo, telefona allo 059 761926 per concordare un primo incontro con me, che può svolgersi anche a distanza.

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She wants ?

Non c’è nessun altro comportamento dello Stato che faccia diventare più isteriche le donne di questi due:
a) quando lo Stato frappone ostacoli alle pratiche abortive, rendendo loro difficile liberarsi della responsabilità della maternità;
b) quando, all’esatto contrario, lo Stato non fa niente per costringere gli uomini a fare i padri e ad adempiere ai doveri che discendono dalla paternità.

É l’ennesima dimostrazione che il femminismo dei diritti é finito da decenni, forse non è nemmeno mai esistito.

Con quello di oggi, le donne vogliono avere solamente dei veri e propri privilegi, da guadagnare a suon di un vittimismo che non sembra avere alcun confine, nemmeno quello di un minimo sindacale di decenza.

Il gioco è truccato in Occidente, fai attenzione.

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Patriarcato love.

Tra femminismo e maschilismo, l’unico e solo che ha un senso é il maschilismo, perché insegna agli uomini a comportarsi da uomini, mentre il femminismo raccomanda alle donne di essere il più possibile simili agli uomini, cosa che non può avere alcun costrutto, come si é ben potuto vedere negli ultimi decenni.

Da questo ennesimo casino irrisolvibile in cui le donne si sono ficcate da sole, le donne stesse potranno essere salvate solo grazie all’inviso patriarcato, di cui oggi c’è bisogno più del pane.