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Femminocrazia il libro che sfida il femminismo

1) Un libro che sceglie subito il conflitto.

Femminocrazia. Come e perché il femminismo danneggia tutti, di Roberto Lobosco, è un saggio pubblicato nel 2026 da Passaggio al Bosco, nella collana Bastian contrari. Ha 256 pagine, una prefazione di Francesca Totolo e il codice ISBN 9791254622346.

Già dal titolo si capisce che non vuole essere un manuale neutrale né una ricostruzione accademica delle diverse correnti femministe. È un libro di battaglia culturale: formula un’accusa, provoca il lettore e prova a rovesciare la prospettiva oggi più diffusa nel discorso pubblico.

Questa recensione riguarda precisamente tale impianto, ricostruito attraverso la presentazione editoriale e i materiali pubblicamente disponibili. Non attribuisco al volume argomenti o passaggi che non ho potuto verificare.

2) Che cosa significa «femminocrazia».

Lobosco non usa il termine per descrivere banalmente un governo composto da donne. La «femminocrazia» sarebbe, nella sua tesi, un sistema culturale capace di stabilire in anticipo chi può essere considerato vittima, chi deve essere guardato con sospetto e quali sofferenze meritano ascolto.

Il bersaglio, dunque, non sono le donne. È un’ideologia che pretende di rappresentarle tutte e che, secondo l’autore, finisce per danneggiare anche loro. Il libro mette sotto accusa la demonizzazione del maschile, la crisi della famiglia, l’uso politico della violenza, l’educazione affettiva trasformata in rieducazione ideologica e una promessa di emancipazione che rischierebbe di produrre isolamento anziché libertà.

È una distinzione essenziale. Criticare il femminismo non significa odiare le donne, così come difendere la dignità maschile non comporta negare violenze e discriminazioni reali subite dalle donne.

3) Il punto più forte: rompere l’asimmetria morale.

Il pregio maggiore del libro sta nella domanda che obbliga a porre: perché la sofferenza maschile viene così spesso minimizzata, ridicolizzata o considerata politicamente sconveniente?

Quando un uomo perde i figli, subisce violenza nella coppia, viene manipolato o vive un’accusa ingiusta, la sua storia non diventa meno vera per il solo fatto che il racconto dominante non sa dove collocarla. Ne ho parlato anche a proposito degli uomini uccisi dalle partner: riconoscere queste vittime non sottrae nulla alle altre, ma rende la giustizia meno selettiva.

Lo stesso vale nella vita privata. Un uomo non deve chiedere il permesso per stabilire quali idee ritenga incompatibili con un progetto familiare. Nel caso discusso in Difendere Lindsay Clancy può chiudere una relazione ho sostenuto proprio questo: donne e uomini sono liberi di scegliere il partner anche sulla base dei suoi valori, purché non confondano la libertà di scelta con il diritto di controllare l’altro.

4) La complementarità contro la guerra tra i sessi.

La proposta positiva del saggio sembra essere una riscoperta della complementarità. Uomo e donna non sarebbero eserciti contrapposti, né individui intercambiabili in ogni aspetto: sono persone di pari dignità, con differenze che possono diventare cooperazione, responsabilità e continuità.

Questa parte è convincente quando rifiuta insieme il disprezzo misogino e il disprezzo misandrico. Una cultura sana non ha bisogno di umiliare un sesso per restituire dignità all’altro. Ha bisogno di adulti capaci di assumersi responsabilità, porre limiti e costruire legami.

È una direzione coerente con la riflessione su come essere un uomo: la mascolinità non si recupera attraverso il rancore, ma con presenza, affidabilità e capacità di proteggere senza dominare.

5) Dove la tesi rischia di essere troppo larga.

Proprio perché il libro affronta un tema importante, bisogna evitare che una parola molto ampia come «femminismo» diventi un contenitore unico. Esistono movimenti, epoche e posizioni differenti; trattarli come un blocco perfettamente omogeneo può indebolire anche le critiche fondate.

C’è poi un rischio speculare: denunciare la guerra contro gli uomini usando un linguaggio che alimenta una nuova guerra contro le donne. Sarebbe una contraddizione. La critica è più solida quando distingue persone, idee, istituzioni e singole decisioni; lo è meno quando trasforma un’intera categoria umana nel colpevole collettivo.

Per questo considero Femminocrazia soprattutto un libro da interrogare, non un catechismo da ripetere. Le sue domande meritano spazio; le sue risposte, come tutte le tesi forti, devono restare aperte al confronto con dati, casi concreti e obiezioni.

6) La mia valutazione.

Il giudizio complessivo è positivo, con una riserva sul metodo. È utile che qualcuno contesti apertamente i doppi standard e ricordi che i diritti degli uomini non sono un favore concesso da chi domina il discorso pubblico. È altrettanto utile sostenere che una donna non coincide con il femminismo e che può rifiutarne le versioni più ideologiche senza rinunciare alla propria libertà.

Il libro appare meno persuasivo quando il tono polemico rischia di anticipare la dimostrazione. Una denuncia culturale, per incidere davvero, deve indicare con precisione norme, statistiche, incentivi e comportamenti, distinguendo ciò che è sistematico da ciò che è soltanto episodico.

In sintesi, Femminocrazia ha il merito di entrare in una stanza nella quale molti preferiscono non parlare. Non sarà una lettura comoda e non pretende di esserlo. Vale soprattutto come invito a verificare se l’uguaglianza proclamata venga applicata anche quando a chiedere ascolto, tutela o comprensione è un uomo.

7) A chi può servire questa lettura.

Il volume può interessare:

  • agli uomini che avvertono una distanza tra la retorica pubblica e la propria esperienza;
  • alle donne che non si riconoscono nell’idea di un conflitto permanente tra i sessi;
  • a chi critica queste tesi ma vuole confrontarsi con la loro formulazione più netta;
  • a chi cerca un saggio polemico da discutere, non un testo neutrale da consultare.

Non lo consiglierei a chi desidera soltanto sentirsi confermare che tutti gli uomini sono innocenti o tutte le donne colpevoli: non è questa la strada per restituire dignità al maschile.

8) Il risultato più utile: tornare alla responsabilità individuale.

La categoria del sesso non deve cancellare la persona. Una donna può essere vittima o responsabile; lo stesso vale per un uomo. Un’idea va giudicata per i suoi effetti e per la qualità degli argomenti, non per l’identità di chi la esprime.

Questa è, a mio avviso, la conseguenza più feconda del libro: uscire dai copioni automatici. Nessuno deve essere creduto o condannato in base al sesso; nessuno deve essere protetto dalle conseguenze delle proprie azioni per appartenenza a una categoria considerata moralmente superiore.

La parità autentica comincia quando applichiamo a tutti lo stesso metro, conservando attenzione per le differenze reali ma rinunciando ai privilegi narrativi.

9) Dove cercare il libro.

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10) Porta il confronto nella tua vita concreta.

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The man in me.

Anche tu, come ognuno di noi, hai due papà, entrambi etero. Uno di essi ti ama senza condizioni, l’altro fa quello che può, a volte molto, a volte poco, a volte niente, altre volte qualcosa là in mezzo.

Ancora oggi, e credo ormai per sempre, che i miei figli hanno 19 e 17 anni, ogni volta che un bambino piccolo grida «papà» mi alzo in piedi.

L’amore che abbiamo preso dai nostri padri lo diamo ai nostri figli; loro lo da(ra)nno ai loro: non tornerà indietro quasi niente e tutto andrà all’avanti.

I figli possono benissimo essere non di carne.

Il dovere principale di ogni padre è sempre stato, e oggi lo é particolarmente, quello di difendere i figli dalle nevrosi della madre.

Questo direi sia tutto quello che su sulla paternità.

Auguri a tutti i papà, evviva il patriarcato, evviva noi.

festadelpapa2024null

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Patriarcato love.

Tra femminismo e maschilismo, l’unico e solo che ha un senso é il maschilismo, perché insegna agli uomini a comportarsi da uomini, mentre il femminismo raccomanda alle donne di essere il più possibile simili agli uomini, cosa che non può avere alcun costrutto, come si é ben potuto vedere negli ultimi decenni.

Da questo ennesimo casino irrisolvibile in cui le donne si sono ficcate da sole, le donne stesse potranno essere salvate solo grazie all’inviso patriarcato, di cui oggi c’è bisogno più del pane.

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Festa del papà 2023.

Oggi penso al nostro primo Padre celeste, a San Giuseppe, al mio eccezionale padre in terra, a me stesso, ai miei figli e al
patriarcato, unico sistema funzionale di governo della società, abbandonato il quale la società stessa si é letteralmente sfasciata, senza guadagnarci in nulla.

I miei figli portano il mio cognome, e solo quello, per consentire a tutti di sapere prima chi è che si precipiterebbe a sfasciare le ossa di colui che facesse mai loro del male: per questo motivo, l’uso del cognome paterno va assolutamente, e senza alcun timore, conservato, nonostante le insensatezze costituzionali.

Tutti i padri, a partire dal Primo, sono sotto attacco da oltre un secolo, ma noi siamo uomini e difenderemo coloro che sono stati affidati alla nostra protezione o moriremo tentando di farlo: that simple.

Non è mai importante vincere o perdere, l’importante è solo diventare ciò che si é e fare ciò che si deve.

Auguri a tutti i papà e una preghiera al Padre di noi tutti: tieni sempre la tua mano su di noi e aiutaci a fare quello che dobbiamo fare, per la tua volontà.


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